Il Tirreno

Schianto in moto, muore un trentenne

di Chiara Sillicani
Schianto in moto, muore un trentenne

Michele Bertolucci ha perso il controllo della sua Ducati al bivio per Resceto. Era andato a Forno a trovare alcuni amici

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MASSA. Lo tradisce una curva. La ruota posteriore slitta sull’asfalto, la Ducati ondeggia per qualche secondo poi la forza centripeta vince. Michele Bertolucci non ce la fa ad incollare alla strada la sua moto, a stringere forte il freno. E lui, solo 30 anni, saluta per sempre la vita in una sera di fine estate, lungo la strada che dalla montagna scende verso Santa Lucia, all’altezza del bivio per Resceto.

La moto è pesante, raggiunge il guard rail e lì si ferma, Michele, invece, finisce sotto la strada. Respira ancora, il suo corpo è robusto e forte, ma dà segni di cedimento e i medici del 118 se ne rendono conto immediatamente. Non si arrendono, fanno l’impossibile perché quel giovane centauro rimanga attaccato alla vita. Ma il filo è sottile, così sottile che, arrivato al Pronto soccorso, si spezza: Michele muore poco dopo aver raggiunto l’ospedale. Sono quasi le undici della sera e a casa Bertolucci, in via Bassa Tambura, all’altezza della Concia, squilla il telefono. È la telefonata che spezza il cuore, è il dolore che travolge, la sofferenza per aver perso la cosa che ami di più. Quella sofferenza che chiude nel silenzio mamma Giuliana: il suo Michele è in una stanza dell’obitorio e lei fuori, a pochi metri. Una distanza infinita, una frattura violenta. Non riesce a camminare, la sorreggono i parenti: ha gli occhi gonfi e il rossore del pianto impresso sul volto. Non può condividere il dolore con Fausto, suo marito. Lui, dipendente della Skf, è in Cina per lavoro: non sa che il loro ragazzo non c’è più. La realtà lo travolgerà al suo ritorno, oggi, con tutta la violenza della verità. Michele se n’è andato, in sella alla moto che amava tanto.

Operaio metalmeccanico alla Clm, appassionato pescatore, aveva i motori nel cuore. Lui la sua «bimba», come chiamava la Ducati, non l’abbandonava mai. Neppure in inverno: maglione, giacca, occhiali e sciarpa al collo, ma sempre in sella.

Anche giovedì Michele è con la sua «bimba», trascorre qualche ora in compagnia, all’inaugurazione di un nuovo locale. Poi, prima di rientrare a casa, fa un salto a Forno: da quelle parti ha parecchi amici e vuole fare due chiacchiere con loro. Sale in sella alla sua due ruote e raggiunge il paese. Poco dopo le 22 decide che si è fatta l’ora di rientrare. Qualche chilometro e, al bivio per Resceto, forse per l’alta velocità (ma le cause sono al vaglio), perde il controllo del mezzo.

Quando i carabinieri raggiungono via Alta Tambura per rilevare l’incidente non hanno dubbi: non ci sono altri mezzi coinvolti, il giovane centauro non è riuscito a tenere in piedi la pesante moto. Lo confermano i racconti di chi ha assistito allo schianto. La dinamica è chiara anche per Alessandra Conforti, il magistrato. Così chiara che il sostituto procuratore non dispone l’esame tossicologico. Michele se n’è andato in sella alla moto che amava tanto. All’obitorio, accanto alla mamma e al fratello Andrea, stretti in un abbraccio collettivo, lo salutano i colleghi dell’officina e i tantissimi amici, chi condivideva con lui le passioni, chi con lui pescava al sole sugli scogli.

Qualcuno non realizza ancora quanto accaduto, non ci crede, non accetta che sia vero, che Michy abbia detto addio alla vita. A trent’anni. Poche ore prima con lui, poche ore dopo l’addio.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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