Il Tirreno

In pensione a 57 anni la beffa dell’Inps a centinaia di donne

di Giovanna Mezzana
In pensione a 57 anni la beffa dell’Inps a centinaia di donne

Una circolare dell’Istituto chiude “la finestra” del 2015 Dipendenti e autonome costrette a rimanere al lavoro

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MASSA CARRARA. Una circolare dell’Inps beffa le lavoratrici che erano disposte a tutto – anche a rinunciare a una quota della propria pensione – pur di non rimanere invischiate nella Riforma Fornero. Chi voleva utilizzare la cosiddetta “opzione donna” – leva al buen retiro spuntata nel 2004 – rischia di rimanere al lavoro e per parecchio. Sotto le Apuane le lavoratrici beffate potrebbero essere diverse centinaia.

L’opzione donna. Andare in pensione a 57 anni per le dipendenti e a 58 per le autonome è un’opportunità. È la cosiddetta “opzione donna” introdotta dalla legge 243 del 2004. Non tutte le lavoratrici possono infatti permettersi di rinunciare ad una quota dell’assegno mensile pur di ritirarsi anzitempo: l’uscita prematura costa circa il 20-25% dell’importo dell’assegno, penalizzazione che aumenta se negli anni di lavoro a cui abbiamo rinunciato scattano aumenti retributivi generalizzati o legati al nostro mestiere o alla nostra professione. Dal 2004, l’opzione donna è chiamata anche opzione contributiva: essa infatti prevede il pensionamento a 57 o a 58 anni con una prestazione che viene calcolata non con il sistema retributivo ma con quello retributivo; anzi, per la precisione, da quando l’ex ministro Elsa Fornero escogitò la “sua” riforma pensionistica, con un sistema misto.

Il boom. Il “bello” – o meglio, l’aspetto “equo” – della norma stava nel fatto che “la deroga” è un’opzione, un paracadute che si può aprire nel caso in cui una lavoratrice voglia ritirarsi prima del tempo. L’anticipo è subordinato al compimento dei 57/58 anni d’età e ai 35 anni di contributi. Fino al 2009 l’opzione è stata residuale: in quell’anno erano state appena una sessantina (a livello Italia) le donne andate in pensione anticipata con quel sistema. Poi però la riforma Monti-Fornero ha fatto tremare le gambe a tutti, soprattutto all’universo in rosa. Dal 2009 in poi l’alternativa non è più stata un ricorso infrequente: crescono al ritmo di mille al mese – secondo Il Sole 24 ore – le pensionate che usufruiscono dell’opzione donna: 5.646 nel 2012, 8.846 nel 2013, adesso siamo a quota 23.775 e per dicembre potremmo essere oltre la soglia di 28mila (dati Sole 24 ore).

L’inghippo. La legge 243/2004 stabiliva che l’opzione donna potesse sussistere fino al 31 dicembre 2015, precisando che fino a quel termine «c’è la possibilità di conseguire il diritto all’accesso al trattamento pensionistico». L’Inps però ci ha messo il suo “zampino”. Con una circolare l’Istituto di previdenza ha dettagliato che il termine del 31 dicembre 2015 va inteso come data tombale per l’accesso alla pensione, ma non per maturare i requisiti. E qui cade l’asino. Sotto le Apuane – come nel resto del BelPaese – sono centinaia le donne che facevano conto su questa opportunità – nonostante sia una chance non a costo zero – per andare a riposo senza dover attendere di esalare l’ultimo respiro come ha imposto la Fornero. Inoltre al requisito anagrafico sono stati aggiunti 3 mesi ulteriori (57/58 anni e tre mesi appunto). Una beffa insomma, più per le autonome che per le dipendenti. Per le prime il tempo utile è scaduto il 31 maggio; per le dipendenti del settore privato il termine ultimo è il 30 novembre mentre nel pubblico è dicembre.

Nulla di fatto. Per il momento a nulla sono valsi i tentativi del Parlamento di annullare l’interpretazione della norma da parte dell’Inps. Anche l’ultima ed unica possibilità di evitare i devastanti effetti della Fornero sta dunque scomparendo all’orizzonte..

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