Il Tirreno

La sagra tradizionale va oltre la crisi

di Melania Carnevali
La sagra tradizionale va oltre la crisi

Don Ernesto Zucchini: «Sono importanti forme di socializzazione e non c’è alcuna competizione con i ristoranti»

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MASSA. In una crisi che attraversa in modo trasversale tutti i settori dell'economia locale, ce n'è uno che regge: quello della tradizione. Lo conferma l'enorme affluenza alla sagre tipiche: quella della cozza, del “tordello”, del Neccio. O ancora: quella della cipolla, della trippa e del castagnaccio. Ogni estate registrano il pieno. Crisi o non crisi economica. Sarà per il tipo di prodotto enogastronomico promosso, tradizionale ma sempre meno reperibile nei vari ristoranti. Ma forse anche per lo spirito comunitario che le caratterizza: aria aperta, bambini che scorrazzano nel prato o nelle strade di paese mentre i genitori chiacchierano, la musica da balera, il vino forte, le guance che arrossiscono, le tavolinate che si uniscono e i ritornelli delle canzoni partigiane che partono.«La sagra non è solo una cena ma è un grande momento di socializzazione», lo dice Don Ernesto Zucchini parroco della chiesa di Forno che da ormai anni promuove due sagre: quella ormai tradizionale di Sant'Anna, che si tiene da 19 anni a Forno (dal 27 luglio all 8 agosto) e quella di Canevara che si tiene da 3 anni e ha come specialità nostrana lo stinco di maiale (ha preso vita dal 11 al 18 agosto). Quest'anno queste due feste sono state penalizzate dal tempo.

«Ha piovuto continuamente – spiega il parroco – e abbiamo lavorato poco. D'altronde sono feste all'aria aperta. Ma ogni anno è sempre pieno, perché promuoviamo prodotti che abbiamo solo noi, come la capra a Forno, ma anche perché la gente vuole questo tipo di feste: è come uscire da casa per trovarsi in un'altra casa. Anche i turisti poi cercano le sagre estive».

Tutto pieno invece alla Sagra della cozza promossa dall'Arci Cervara e che si è tenuta nel quartiere dal 11 al 17 agosto. Nonostante i giorni di sagra ridotti (tre in meno rispetto allo scorso anno) e nonostante il tempo, la gente è addirittura aumentata rispetto al 2013. «Il fatto di promuovere un prodotto tipico come il pesce aiuta – commenta Aldo Antola, dell'Arci Cervara – ma poi la gente ha bisogno delle sagre. Ha voglia di stare fuori e, se non si può permettere di fare una cena completa, prende solo il vino o le patatine e si siede al tavolo con altri. È soprattutto, forse, in periodi di crisi economica che si riscoprono queste forme di socialità».

Piena anche la Sagra della Frittella di Neccio, promossa dal Circolo Atei di Antona e che si è tenuta dal 13 al 1 agosto. È una tradizione ferragostana che ogni estate, dagli anni '70, propone le tradizionali frittelle di Neccio, inserite dalla Regione nell'elenco dei prodotti tipici della provincia. «Di gente ce n'era anche troppa – ironizza Paolo Zollini, del circolo – abbiamo fatto oltre mille frittelle in tre giorni. C'erano, come ogni anno, tanti turisti che venivano per farsi un giro nel borgo sapendo che c'era la festa». Insomma, le feste popolari piacciono: un ritorno al locale difronte al globale.

«L'Amministrazione e le associazioni di categoria – commenta Don Ernesto Zucchini – devono capire che le feste di paese montane non sono in competizione con i ristoranti, perché sono forme di socializzazione che, soprattutto in montagna, mancano. Nei paesi c'è anche una sinergia fra ristoratori e promotori delle feste che aiutano a portare vita».

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