Il Tirreno

Per vivere d’arte devi essere nato con la camicia

di MELANIA CARNEVALI
Per vivere d’arte devi essere nato con la camicia

Retroscena,“vizi” e abitudini di un mondo in cui chi è famoso spesso ha pochi meriti

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È il creatore di “Supposta italiana”, una statua provocatoria in marmo bianco raffigurante una supposta, appunto, con una bandiera tricolore: con essa ha partecipato al primo Simposio di scultura internazionale di Carrara. Ma quella è stata la prima, e forse l'ultima, opera “politicizzata”: le sue sculture rappresentano perlopiù donne, l'Eros, animali. Sogna figure la notte, poi il giorno le crea: le inizia, ma non le finisce perché «il bello della scultura – dice - è lo scolpire giorno per giorno e non il prodotto finale». Massimo Vanelli, classe 1975, è solo l'ultimo di una lunga generazione di Vanelli-scultori. Carrarese doc, inevitabilmente anarchico, a tratti un po' nichilista: l'unica cosa che gli interessa nella vita, oltre alle persone, è lavorare e creare opere d'arte. Lo incontriamo nel suo studio in via Carriona, “Vanelli Marmi”, aperto dal nonno, che gestisce insieme al fratello maggiore.

Massimo, sei sempre rimasto a Carrara: hai studiato, vivi e lavori qui. Non hai mai sentito l'esigenza di andartene?

«Certo. Quando qualcosa va male, la prima cosa che uno pensa è di mollare tutto e partire. L'ho pensato anch'io svariate volte, ma non l'ho mai fatto e non me ne pento. Carrara mi dà tutto quello che voglio. Da che punto di vista? Professionale? Sia dal punto di vista professionale sia da quello umano. Per chi lavora il marmo non c'è città migliore. Qui abbiamo la materia prima, ne abbiamo tanta e la migliore. Quale altra città al mondo ha una risorsa del genere? È vero che magari il vantaggio va in mano a pochi (Vanelli si riferisce al mercato del lapideo, ndr), ma questo non succede solo a Carrara. Bisogna poi considerare che ci sono anche molti marmisti che danno una mano alla città, come Barattini, che ha creato un laboratorio di scultura. Ma, dicevo, la città mi dà tutto anche dal punto di vista umano. A Carrara c'è ancora uno spirito comunitario, tipico dei paesini, con le porte delle case e dei laboratori aperti, gente che entra, chiacchiera un po' e poi se ne va. Quello che mi piace è la generosità delle persone. In quale altre città gli artisti regalano opere d'arte o fanno lavoretti gratis? Qui succede. Ad esempio un'artista mi ha fatto, gratuitamente, una scultura-ritratto di mia nipote; lo ha fatto perché sa che il dono le ritornerà. L'esempio più calzante però è quello dell'alluvione del 2003: c'erano una quarantina di persone ad aiutarci a pulire e nessuno li aveva chiamati».

Avevate subito tanti danni? «Il fango ha distrutto tutto: opere, materiale, laboratorio. Ma non ci siamo mai sentiti soli e questo ci ha dato la forza di ricominciare».

Tornando al presente, ti senti valorizzato dalla città come artista?

«Effettivamente non molto, ma è anche vero che io non mi espongo, non vado a cercare vetrine. Mi interessano le manifestazioni, gli eventi culturali, ma non mi interessa esporre in una piazza».

Ma l'arte in generale viene valorizzata?

«Qualcosa negli ultimi anni si sta muovendo. Crescono gli eventi creati apposta per il marmo, come Marble Weeks, ma crescono anche le gallerie. Magari non saranno importanti come q. uelle di Pietrasanta, che è comunque una realtà che non conosco bene come Carrara, ma sono esperienze artistiche che si stanno sviluppando. E poi comunque bisogna ricordare che il primo Simposio di scultura internazionale si è tenuto qui».

Con la scultura riesci a mantenerti?

«Se non avessi una casa di proprietà e un laboratorio avrei delle grosse difficoltà a campare. È risaputo che a Carrara solo chi ha una base economica alle spalle può permettersi di fare l'artista; tutti i più grandi scultori venivano da classi benestanti. Io stesso, quando ero più giovane e non avevo bollette da pagare, potevo permettermi di fare solamente l'artista, cioè di creare solo sculture. Adesso sono dovuto scendere a una specie di compromesso lavorando anche con l'intarsio: è l'unica cosa che si vende ancora a Carrara. Questo, comunque, non succede solo qui: uno scultore, più di ogni altro tipo di artista, per riuscire a emergere, deve avere spalle coperte, economicamente parlando, perché la scultura ha un costo elevato. Si pensi al laboratorio, al materiale e via dicendo. Chi non ha soldi è destinato a rimanere nell'ombra. Basti pensare a Michelangelo, Canova, Bernini. Tutti li vedono come Maestri del marmo, ma nessuno si chiede come abbiano fatto, lavorando a mano, ad aver creato così tante opere in così pochi anni. È perché c'erano altri scultori che le scolpivano e questi scultori erano, per la maggior parte, carraresi, bravissimi, che nessuno conosceva».

E adesso, ci sono ancora a Carrara scultori che vivono nell'ombra di altri?

«Sì, ce ne sono tantissimi. Soprattutto donne. Già non è facile per una donna fare la scultrice, perché è un lavoro faticoso; ce ne sono alcune bravissime, che però non sfondano, un motivo ci sarà...».

Quale?

«Non lo so, analizzate voi la società..»

Tu riesci a vendere le tue sculture?

«Sì, ma solo agli stranieri. È raro che qualcuno se ne vada da Carrara senza prendere un ricordo del nostro marmo: vengono qui, si scelgono la statua, oppure chiedono cosa vorrebbero, e noi gliela creiamo».

Quindi i carraresi comprano lastre per i tavoli, mentre gli stranieri sculture...

«Esatto».

Anche in questo caso ci sarà un motivo...

«Non riuscirete a farmi parlare male di Carrara perché Carrara è bella, Carrara è come tutte le altre città del mondo dove c'è sempre uno iato fra sogni e opportunità, fra desideri e offerte. Denigrarla o lamentarsi continuamente non aiuta. Bisogna rimboccarsi le maniche e accontentarsi».

Parli dei cittadini o dell'Amministrazione?

«Di tutti, anche dei giornali». Passando quindi alle cose positive, c'è qualcuno che consideri un maestro nella tua professione?

«Sì, il professor Piergiorgio Balocchi dell'Accademia di Belle Arti: lui mi ha insegnato a vivere l'arte come una forma di libertà. Era l'unico, all'epoca, che lasciava all'allievo la possibilità di esprimere la sua forma d'arte, a prescindere dal risultato. Essere artista significa questo: non riprodurre quello che ci viene chiesto, ma creare un'opera personale».

Cosa fa uno scultore a Carrara, oltre a scolpire?

«La tipica vita da artista: alzarsi tardi la mattina con i postumi della sbronza, lavorare il giorno e la sera di nuovo al bar o al circolo a bere vino forte, parlare di arte, vita e politica, fino a notte tarda. Anch'io facevo così fino a qualche anno fa: andavo spesso al circolo in piazza del Duomo e passavo le serate lì. Adesso ho cambiato completamente stile di vita: sono diventato astemio, mi sveglio presto la mattina e lavoro tutto il giorno e tutti i giorni. Non mi interessa altro che la scultura».

Ma così non finisci per isolarti? O lo fai perché fuori dal laboratorio non trovi niente di interessante?

«Sul rischio di isolamento non c'è pericolo, perché i laboratori qui a Carrara non sono solo il luogo di lavoro ma un punto di incontro con altri artisti, amici e gente nuova. È un luogo di socializzazione e di arte, una caratteristica che non si trova ad esempio nelle grandi città, dove gli artisti sono isolati dal resto della comunità. Quindi non ho bisogno di uscire per cercare quello che ho già».

- 13 - CONTINUA..

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