Il Tirreno

«Ho imparato tutto dai pescatori, e ora lo insegno ai turisti»

di Cinzia Carpita
«Ho imparato tutto dai pescatori, e ora lo insegno ai turisti»

La storia di Enrico Tarabella della coop Scirocco: passione e tenacia. «Mio nonno diceva: “dal cielo viene solo l’acqua”»

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CARRARA. «Imparai dai pescatori di Forte dei Marmi, dove ero nato. Che personaggi! Ne ero affascinato. Stavo là a parlare con loro. In inverno pescavano e in estate facevano i bagnini». Oggi, Enrico Tarabella, 59 anni, presidente della cooperativa pescatori professionisti Scirocco di Marina di Carrara, racconta una storia di passione e di lavoro, di un rapporto profondo con il mare («sono un naturalista per eccellenza, ho anche fatto studi sull’erosione, sulle bombe d’acqua, sulle qualità dei pesci»), sfociato anche nel pescaturismo, un settore in espansione perché sono tanti gli appassionati e i curiosi che desiderano fare esperienze con la lenza, guidati da esperti. Una giornata in barca a qualche miglio dalla costa, per poi tornare a casa con le prede prese all’amo stando su un vero e proprio peschereccio super equipaggiato.

La Legapesca nazionale segnala alcune cooperative che si occupano di pescaturistismo in Toscana: a Viareggio, Livorno, Massa Carrara (la Scirocco), Isola d’Elba, Marina di Cecina. A Marina di Carrara, anche la coop Maestrale si è occupata di Pe scaturismo.

Oggi la cooperativa Scirocco raccoglie clienti anche via internet?

«Sì, ma anche con il passaparola, gira la voce nei negozi ittici. – dice Tarabella – Il pescaturismo è costante, ma con i pescatori appassionati va più nei periodi stagionali del pesce, fra settembre e ottobre e fra aprile e maggio. Ogni tratto di mare ha le sue caratteristiche. Si parte dal porto, dal “molo dei pescatori”, a ponente, e si arriva dalle 3 alle 6 miglia fuori costa, circa 12 chilometri. Questo tipo di turismo è importante, anche se l’Italia è castigata dalle normative europee sulla stazza dei pescherecci professionali. Per dotarsi di barche sempre più grandi, bisogna accumulare le licenze e sono spese, poi c’è anche una burocrazia terrificante».

Quante barche avete e quanto costa una giornata in mare con voi a un turista?

«Abbiamo un peschereccio con 3 posti turistici, un altro da 5 posti è stato sostituito con un più grande che a giorni sarà attivo in mare. E un latro ancora da 9 posti non è ancora pronto. CI chiamano parecchi stranieri, appassionati di pesca: olandesi, tedeschi, svizzeri. Si sono innamorati del nostro mare due anni fa, quando ci furono i campionati mondiali di pesca sportiva. Arrivano con loro attrezzature, altrimenti le forniamo noi: lenze e palamiti. Niente strascico. C’è anche chi vuole “tirare su” le “reti da posta” ma per questa esperienza bastano un paio di ore, mentre per le altre attività con gli ami, ci vuole tutta una giornata di pesca, compreso il cibo a bordo: se si può facciamo una spaghettata, altrimenti pranzo al sacco. Lo forniamo noi nel pacchetto turistico. Una giornata completa (limite di 5 chili di pescato per ogni turista) costa mediamente dai 35 ai 60 euro, e comunque meno di 100. Dipende dal tipo di pesca, dalle spese di servizio, dalla distanza da coprire e dal consumo di gasolio».

Ma come è nata in lei la passione per questo lavoro?

«Sin da bambino. Sono nato a Forte dei Marmi, proprio a due passi dal mare. La mia non è una delle cosiddette famiglie di gente di mare, io sono stato il primo della dinastia. Ho frequentato il collegio dai Gesuiti, mi sono laureato in Scienze della riproduzione, ramo della veterinaria. Ma stavo sempre a guardare i pescatori del Forte, mi affascinavano. Imparai da loro, anche a rammendare le reti. La mia prima barca me la regalò mio nonno: una barca a vela. Avevo nove anni. Ci andavo a pescare, allora, mica c’erano tutti questi obblighi delle licenze di pesca. Nel periodo delle seppie tornavo a casa e facevo impazzire mia mamma: col nero di seppia imbrattavo i vestiti, i marciapiedi di casa. Poi sono diventato istruttore della Fin, per i bagnini. Insegno ancora. La prima barca da pesca vera e propria, con il verricello di prua per tirare l’ancora, la ebbi a 16 anni, una Lerici di 5,5 metri, dei Cantieri Catarsi di Cecina. Ci andavo a fare telline e arselle. Poi altre due barche, e alla fine nel 1979 mio padre mi comprò – avevo 25 anni – un peschereccio, a Viareggio. Un 12 metri per la pesca a strascico. Nel corso degli anni sono aumentate le normative per la pesca professionistica. Ora ho il mio peschereccio che si chiama Varenne II, un 10 metri a doppio motore per la pesca con le reti da posta».

«E quante persone lavorano nella cooperativa Scirocco? E quanto lavoro c’è?

«Ventidue in tutto, fra armatori (8, me compreso), equipaggi a terra, addetti a pulire le reti e alla vendita. La mia è una cooperativa (nata nel 2000) di servizi nel senso che ogni armatore ha la propria partita Iva e gestisce a propria parte di lavoro e ha i propri spazi concessi in porto. Aderiamo alle Legapesca. Il mare qui è abbastanza pescoso».

Ma i giovani? Si avvicinano a questo lavoro che è anche duro per gli orari e le condizioni meteo? I suoi figli hanno ereditato la sua passione?

«Nella coop abbiamo giovani di 24, 25 anni, o poco più. Si alzano alle 4 del mattino, pescano anche sotto la pioggia. Mio figlio, diplomato, in inverno lavora con me, e d’estate fa il bagnino. Mia figlia si è laureata quest’anno in Biologia con specializzazione in Scienze della terra, ha lavorato a Carrara per la tesi, ha vinto una borsa di studio a Bruxelles e ha prospettive concrete di lavoro per il futuro. Ai giovani dico quello che mi diceva mio nonno: “Dal cielo viene solo dell’acqua”, cioè né mangiare, né denaro. Bisogna darsi da fare».

E ai turisti cosa insegna?

«A vivere il mare. Gliel’ho detto, sono un naturalista per eccellenza».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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