Sicurezza
«Marble Weeks? Rifacciamo piuttosto la Biennale si scultura»
Il gallerista NIcola Ricci: Pietrasanta stende tappeti ai grandi artisti, Carrara non riesce a tenerli legati a sè
CARRARA. Marble Weeks? Storce il naso. «Qua a Carrara bisogna riportare la Biennale internazionale di scultura»... «E creare in loco un circuito dell’arte veramente ampio, tenendo costantemente legati alla città i grandi artisti che espongono nel mondo». Ha le idee chiare Nicola Ricci, 55 anni, gallerista, carrarese doc, nato in piazza delle Erbe nel centro storico e con una esperienza lavorativa anche a Pietrasanta, da dove poi si è staccato per tornare alle origini, tanto che oggi utilizza i fondi comunali (ex ferramenta) di Palazzo Pisani, fra via Loris Giorgi e piazza Alberica per esposizioni di arte contemporanea. Lì, non può vendere opere, ma dall’altro lato della piazza sì, nella galleria di sua figlia Marialuce, aperta da poco, di cui è il curatore
Come ha cominciato? Che rapporto ha con Pietrasanta e con Carrara?
«Nel 1999 sono entrato nel mondo dell’arte: due anni a Milano poi decisi di aprire una galleria di arte contemporanea a Pietrasanta, dal 2000 al 2009. Decisi di staccarmi dal contesto della città, che viveva le pere di Igor Mitoraj, Fernando Botero, Ivan Theimer. Io mi occupavo di pittura, video, fotografia, arte contemporanea a 360 gradi. Sono riuscito a entrare nelle fiere più importanti d’Italia, a lanciare giovani: u progetto in cui credo molto. Poi Pietrasanta mi sembrò un po’ “scaduta”. Così decisi di tornare a Carrara e ricominciare da zero in una città dive si intravedevano segnali positivi per l’arte, come le Biennali, i Simposi di scultura. Io, per i miei progetti, preferisco sempre partire da situazioni di “vuoto” e Cararra mi sembrava il luogo ideale per poter iniziare una nuova attività e portare l’arte contemporanea in una città storica e ricca di un vissuto artistico. Cominciai con le mostre, nel 2010».
Ora ha il Blu Corner, che si affaccia su piazza Alberica. Uno spazio no-profit. Una rete di gallerie in città (qualcuna ha aperto) può alimentare l’arte e la sua conoscenza da parte dei visitatori?
«Io posso dire di me. Faccio un lavoro professionale, come se avessi una galleria d’arte a Roma o Milano. Ma il circuito dell’arte contemporanea, a Carrara, ancora non funziona, ma il discorso è più ampio– IN Italia gli artisti non sono molto sostenuti per arrivare a certi livelli, mentre all’estero sì. Io la scommessa comunque la faccia su Carrara. Nel 2010 con Fabio Cavallucci avevo fatto una collaterale al Centro arti plastiche, e nel 2008, quando ero a PIetrasanta, come gallerista avevo nella Biennale 5 artisti. Io però non mi confronto con PIetrasanta ma con le gallerie nazionalie internazionali. Dopo che non è stata più fatta la Biennale a Carrara è rimasto tutto fermo, e io mi sono trovato da solo a proporre un certo tipo di arte... Se si pensa che le Biennali furono anche criticate, figuriamoci la mia galleria». Ma perché? Non ha un giro di visitatori?
«Qua non c’è collezionismo, non ci sono grandi appassionati di arte contemporanea, è una grande difficoltà per me, ma da 4 anni punto sui giovani artisti e su altri affermati, punto molto sulla scultura e sul nostro marmo».
Cosa ne pensa di Marble Weeks?
«... penso che forse questo potrebbe essere l’ultimo anno. Lo dico con tutto il rispetto per Paolo Armenise. Penso che debba anzi ripartire la Biennale internazionale di scultura che è quella che ci fa conoscere nel mondo».
Crede nella sinergia fra pubblico e privato per l’arte e la cultura?
«L’arte a Carrara oggi la troviamo dai privati: laboratori, galleristi, che hanno scommesso sulla città. C’è un circuito dove l’arte gira nel laboratori, e dove opere di grandi artisti dovrebbero (clienti permettendo) essere anche esposte in città. I signori del marmo dovrebbero collaborare in iniziative, magari istituendo un Premio importante per la scultura. E il Comune rilanci gli eventi della Biennale e de l Simposio, attorno ai quali gallerie e laboratori potrebbero far nascere altre iniziative. Pietrasanta sa stendere tappeti agli artisti, Carrara non riesce a trattenerli, a mantenerli legati a sè anche se l’ultima Biennale è stata di alto spessore. Si pensi in grande, le piccole iniziative private vanno bene ma non bastano. Non intendo fare polemica: non è il momento dello scontro, del tutti contro tutti. Ci vuole un’unione forte tra pubblico e privato. La città va agganciata al circuito internazionale, deve ospitare conferenze e incontri con personaggi importanti dell’arte e della cultura. Qua sento dire: “ma abbiamo avuto in passato questi artisti... Sì, ma ora pensiamo al futuro, studiandolo bene».
Nella mostra al Blu Corner, c’è un quadro tutto nero. Una luce led che lo illumina rivela una figura a olio. Cosa deve suscitare l’arte contemporanea? Chi la viene a vedere?
«Il dipinto a olio è stato poi verniciato di nero in carrozzeria. L’arte contemporanea va scoperta, ci vuole curiosità. Io offro ai visitatori l’opportunità di scoprire, ma qua sono pochi gli imprenditori, i professionisti, gli studenti, i carraresi in genere che visitano questa esposizione. Eppure qui ho anche fatto un Open Dayt per gli studenti dell’Accademia. Ho allestito tempo fa una quadreria degli artisti storici carraresi come Dazzi, Pelliccia, Binelli. Cerco di accontentare un largo pubblico, far vedere che la mia galleria va oltre i confini provinciali: vengono a vederla addetti ai lavori, ma da fuori territorio. A Carrara va data continuità a questo settore: abbiamo scuole, musei, laboratori e gallerie. Ripartire bene si può».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
