Sicurezza
Pietro Del Giudice l’uomo che sapeva guardare lontano
Da partigiano a Prefetto “dei calcinacci” Ha voluto il gemellaggio con la Germania
MONTIGNOSO. Due stanze dal sapore antico e un freddo che pizzica le gambe. Sottile penetra nei polmoni, ritempra senza invadere, sancisce il confine tra dentro e fuori, tra il presente dal ricordo annebbiato e il passato orgoglioso e colto. C’è il sole a Pasquilio e il vento muove le foglie, scompone le felci e rivela il mare. È come se fosse lì, sulla terrazza di casa Del Giudice, a due passi soltanto da quelle stanze fresche e immobili, raccolte in un silenzio composto e rispettoso: è il silenzio dei templi, del sacro, del passato, della Cultura.
La soglia è sottile, la oltrepassi e ti accoglie un sorriso composto: è allegro Giuseppe Ungaretti. Il volto di Beppe Fenoglio è sfuggente, colto di sorpresa, uno scatto rubato tra il verde di Pasquilio: ha appena vinto il premio “Alpi Apuane” con “Il mio amore è Paco”. Mino Maccari spunta da ogni angolo; ti invita ad entrare il viso, dallo sguardo dolce e forte di Pietro Del Giudice: è lui, classe 1914, l’uomo che ha preso la cultura per mano e l’ha accompagnata lungo le vie strette e i tornanti del Pasquilio, ha gettato ponti tra il mare e le montagne, tra la speranza della ricostruzione e il ricordo consapevole della Resistenza. In quelle fotografie, su quella terrazza che abbraccia il mare, a casa sua, nei volti commossi della moglie Maura e della figlia Maria, Pietro c’è ancora. C’è nei regali che ha fatto alla sua terra, nel coraggio di vedere oltre: mai divisioni, sempre riconciliazione. Nella cultura, in politica, persino nella guerra. Anche quella sera, in consiglio comunale, quando, dalle fila del Psi, si ostina a gridare che le stragi non possono essere dimenticate, ma lo sguardo e il pensiero, quelli meritano di essere proiettati al futuro: il gemellaggio con i tedeschi di Bad Kissingen - insiste - è un obbligo morale. Nino Mignani, compagno del Pci, ricorda quella seduta come se fosse ieri. È infuriato: hanno fatto insieme la Resistenza lui e Pietro, Del Giudice è stato il comandante dei Patrioti Apuani, dopo la strage di Forno, non può volere accenti teutonici in casa sua, nella terra riconquistata con il sangue. Eppure il coraggio vince e i capelli biondi invadono il litorale. È la riconciliazione. E lo sviluppo turistico. Mare e monti. Quello sviluppo che Pietro Del Giudice sostiene con azioni e progetti: mostre, eventi, premi e una scuola per imparare l’arte dell’ospitalità. È lui a volere l’alberghiero, a credere che la sua terra sia troppo bella per non essere scoperta ed esplorata da tanti, certezza che mantiene anche quando lascia le amate Apuane per dirigere l’ente turismo fiorentino (sarà Del Giudice a proporre il monumento in marmo agli angeli del fango). Economia, sviluppo e confronto.
Pietro scende fino al mare, lo fa spesso, raggiunge Vittoria Apuana e il Quarto Platano, Mino Maccari e Giuseppe Ungaretti, il critico Roberto Longhi e l’inseparabile amico e scrittore Enrico Pea; ma torna sempre sulle sue montagne, a Pasquilio, a casa sua. Lì è la sua identità; lì, terra di transumanza e di notti estive sotto le stelle, ha trascorso la sua infanzia, lì ha conosciuto la guerra e la Resistenza, lì ha incontrato la sua Maura, una mattina, mentre salivano sul Carchio. Lì c’è il Simbolo e il Ricordo, quella chiesetta immersa tra il verde.
È il 1944 e i partigiani hanno bisogno di portare armi sui monti, la popolazione li aiuta, racconta ai tedeschi di voler costruire un monumento votivo alla Madonna. E con calce e mattoni arrivano a Pasquilio anche i fucili. Nel dopoguerra Pietro vuole ricostruirla, nel 1951 la inaugura, nel 1952 la celebra con il premio “Alpi Apuane”. Dieci anni dopo a vincerlo è un giovane promettente: si chiama Beppe Fenoglio. Per intervistarlo salgono a Pasquilio giornalisti e inviati dei maggiori quotidiani e settimanali.
Pietro Del Giudice, “un uomo di pace in tempo di guerra” lo definisce sua figlia Maria che a lui ha dedicato la sua tesi (diventata poi un libro). Frequenta il seminario, è un domenicano (sarà laicizzato quando diventerà Prefetto), la fede lo muove in ogni azione; il rispetto per la vita. Sempre, anche di fronte al nemico.
Rispetto ed etica: è il 1945 quando il comitato di liberazione nazionale sceglie il comandante Del Giudice come prefetto, “prefetto dei calcinacci” come ama definirsi. Massa non c’è più, ma Palazzo Ducale, quello è ancora in piedi, sentinella e simbolo, incoraggiamento a credere nelle istituzioni e nella dimensione collettiva dell’esistenza.
Da quel Palazzo Pietro Del Giudice aiuta la città a rialzarsi, a camminare sulle proprie gambe. Non si perde in chiacchiere a alla sua porta affigge un documento che è sintesi di cultura, esperienza e politica: “Non faccio raccomandazioni - avverte - sono espressione dell’immoralità fascista, l’occupazione dei singoli non mi compete, l’assistenza dei singoli non mi compete. Ho il dovere di procurare lavoro per tutti, ho il dovere di procurare che vengano assistiti tutti… Gli organismi della Giustizia sono al di sopra di tutti, a nessuno è lecito, neanche al Prefetto, interferire nell’opera della Giustizia… Come Prefetto non ho né amici, né parenti, ricevo con riconoscenza consigli e critiche fattive. Nessuno ha il diritto di farmi perdere tempo”. È il 15 aprile del 1945, passano 70 anni: l’attualità delle parole sconvolge. È la voglia, appunto, di ricostruire e rinsaldare il senso collettivo dell’appartenere. Quello che ha contraddistinto Pietro da sempre, da quando 100 anni fa tondi tondi, alla Serra, sulle colline di Montignoso, si affaccia alla vita. Un uomo grande, nella statura e nell’animo, così grande - racconta la sua Maura - che quando ha soltanto quattro anni tutti già sanno che lascerà il segno. Un segno che non è impegno, ma lavoro, mai bozza sempre progetto, idea concretizzata. E in quel segno ci sono le risposte ad un territorio in declino, spesso poco coraggioso, troppo spesso immobile.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
