Il Tirreno

Il marmo apuano è come il petrolio per la Nigeria

di BARBARA MONACO
Il marmo apuano è come il petrolio per la Nigeria

L’artista padovano che fondò il Ponte di Ferro critica aspramente politici e industriali

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Corrado Marchese si racconta mentre spilla birre al chiosco del Ponte di Ferro mentre si sta svolgendo la terza edizione del simposio. Ha 31 anni lo scultore padovano e da dieci vive a Carrara. Dopo la laurea all'Accademia di Belle Arti, ha deciso di fermarsi in una città che considera sua a tutti gli effetti.

..E in effetti la tua è una parlata mixata...: senti Carrara tua anche affettivamente parlando?

«Senza dubbio. È qui che mi sono formato, che sono diventato uomo. Dopo la scomparsa di mia madre, sono rimasto solo. Non ho più nessuno a Padova; ho solo una nonna in Puglia. Tutti i miei affetti e la mia famiglia, che è quella degli scultori del Ponte di Ferro e del laboratorio TorArt di Fantiscritti, sono qui».

Tu sei un “quasi fondatore” del Ponte di Ferro. Vero?

«Sì, sono arrivato qui circa 7 mesi dopo l'apertura del laboratorio, 9 anni fa, e sono rimasto. È l'unico laboratorio indipendente esistente in zona, l'unica realtà culturale propositiva e con una filosofia rispetto all'utilizzo del marmo che condivido pienamente: ci credo moltissimo, così come credo nei ragazzi di TorArt per i quali lavoro: sono giovani, innovatori, hanno tecnologie all'avanguardia, come il robot. Anche loro sono la mia seconda famiglia».

Cosa intendi per filosofia dell’uso del marmo?

«Il marmo dovrebbe avere un senso anche per la gente di Carrara. Invece è come il petrolio per la Nigeria: sono una trentina le persone che si arricchiscono alle spalle della cittadinanza e delle giovani generazioni, le quali sentono di non avere un futuro, anche se l'”oro bianco” è qui. La Strada dei Marmi è la cartina al tornasole di questa situazione: per quest’opera, Carrara è il secondo comune più indebitato d'Italia, e per cosa? Per costruire una strada che ai cittadini è vietato percorrere e che dove porta? Dritta all'Omya! E questo, davvero... neanche in Nigeria».

Non pensi che il futuro possa essere anche nel carbonato di calcio?

«Spero di no. È il presente, ma mi auguro che a breve si cambi. Ho sentito dire che per il 2016 la Regione varerà una legge che obbligherà a lavorare almeno il 60% del marmo in loco: solo così Carrara potrà risollevarsi».

E ai Ponti di Ferro si sostiene questa necessità?

«Assolutamente sì. È un'associazione senza scopo di lucro che promuove i giovani artisti e la cultura, impegnandosi ad utilizzare principalmente materiale di ottima qualità ma di piccole dimensioni, quello che, in poche parole, sarebbe destinato a diventare polvere di marmo. I primi anni è stata dura, ci sono stati momenti in cui eravamo in due, ma abbiamo tenuto duro perché ci credevamo: da tre anni organizziamo il simposio che riesce ad essere sempre un successo, anche senza il minimo sostegno da parte dell'Amministrazione che, forse, non ne comprende l'importanza e preferisce fare altro. Eppure appoggiare realtà come queste significa avere la certezza che i fondi vengano investiti per la collettività: nessuno di noi accaparra nulla; for. se se anche gli imprenditori, le grandi società e l'Amministrazione facessero così, vivremmo in una società migliore; e si valorizzerebbe questo posto meraviglioso che ha tutte le carte in regola per essere un luogo da vip. Ma a Carrara è così lampante quello che non va, che non so cosa dire..».

Eppure ultimamente l'Amministrazione ha puntato sull'arredo urbano, sulla rinascita del centro storico, ha dichiarato di lavorare ad un dialogo più fitto con l'Accademia di Belle Arti: non ti risulta?

«Devo dire che sono dieci anni che vivo a Carrara e non ho visto altro che peggioramenti. Una volta gli studenti si vedevano per le strade, riempivano i bar, c'era una sorta di interazione con la città, adesso tutto questo non c'è più. Non si vedono altro che attività che chiudono».

La crisi economica però avrà influito... Non credi?

«La crisi sta mettendo in ginocchio tutta Italia, ma mentre in altre città colpisce soprattutto gli operai e le piccole aziende, qui è il Comune che si trincera dietro la crisi, insieme ai grandi industriali del marmo che sono al contrario gli ultimi a poter dire di soffrirne. Seppur io non viva più a Padova, ogni tanto ci vado, e vedo un miglioramento progressivo, vedo una città che, malgrado tutto, si rinnova e cresce, anche culturalmente. Porto un esempio minimo: alla morte di mia madre ho ereditato un piccolo appartamento in un quartiere periferico; quando è il momento di apportare rifacimenti o ridipingere la facciata sono, in quanto proprietario, obbligato a farlo. Vengo qui e mi chiedo perché, ad esempio, la via Carriona, che è una strada centrale, sia lasciata al degrado, perché esistano palazzi di famiglie importanti, cui certo non mancano le risorse, che vengono abbandonati fino alla fatiscenza più completa. Insomma, che li si abiti o no, gli stabili vanno mantenuti, pena la confisca. Perché qui non accade? Perché qui si lasciano in piedi tetti di eternit, quando si sa che è un materiale pericoloso, per di più in pieno centro? Sono pieno di domande che non trovano risposta se non nella deliberata malafede e nell'incuria. Prendiamo il dipartimento di scultura al parco Padula. Sfido qualsiasi accademia a sognarne uno come questo: bellissimo, grande, immerso nel verde; ma anche questo negli anni è scivolato sempre più nel degrado, con aggiustamenti che non si fanno, con un telefono che ancora non c'è, con un custode mai rimpiazzato dopo il pensionamento di quello precedente. Volete un'immagine emblematica, che rappresenti la città? L'unica galleria d'arte esistente a Carrara (quella del Duomo è venuta dopo) è realizzata all'interno di un'immobile pericolante, proprio in Piazza Alberica, la piazza principale: questa è la fotografia di Carrara!» .

Sei molto critico e duro con questa città, ma dalle critiche traspare l'amore... E’ così?

«Eh, è proprio per amore che parlo così! Che mi arrabbio, perché Carrara è la mia città, e vorrei che sapesse mostrarsi al meglio».

Chi sono le persone più importanti della tua esperienza di vita carrarese?

«Senza dubbio il professor Piergiorgio Balocchi, un uomo di enorme cultura e, allo stesso tempo, sempre vicino ai suoi studenti, che sa consigliare senza mai imporre la propria visione. Da dieci anni che sono qui gli ho visto organizzare tante cose belle, dal Simposio in piazza Alberica, a Torano Notte e Giorno; fa parte di quei pochi che operano per il bene della collettività e, se gli fosse stato dato più spazio e più libertà di azione, avrebbe potuto cambiare molto all'interno dell'Accademia: in meglio naturalmente».

Parliamo del tuo lavoro. C'è una personale nel nuovo negozio di attrezzi da scultura “Tabula Rasa”; salta agli occhi la tua raffinata capacità di scolpire, sei quasi berniniano nei particolari e, contemporaneamente, sai anche realizzare un San Sebastiano giocando con materiali non convenzionali. Ce lo spieghi?

«Certo, io scolpisco a seconda di come mi sento, per me la scultura è come la musica, spesso realizzo un’opera con in mente un pezzo che mi frulla in testa e che si materializza nell'opera che sto facendo. Con la musica sono onnivoro, ascolto tutto e questo si riflette anche nella mia arte: vedo e vivo il mondo sempre con occhi diversi. Normalmente impiego due o tre mesi a realizzare una scultura, per il San Sebastiano mi è bastato un giorno, ma è la mia preferita e per questo non la vendo!».

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