Il Tirreno

Processo a Dazzi per maxi evasione: parla Andreani

di Giovanna Mezzana
Processo a Dazzi per maxi evasione: parla Andreani

L’imprenditore non avrebbe pagato tasse su 9 milioni Il tributarista, curatore fallimentare, ricostruisce la vicenda

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CARRARA. Moschee fantasma, società offshore, banche condannate a risarcire, 007 del fisco e, soprattutto, tanti soldi. Ha i requisiti per essere quasi un giallo internazionale il processo a Paolo Dazzi, imprenditore del marmo con un fallimento alle spalle. Di fronte al giudice del Tribunale di Massa Fabrizio Garofalo, ieri si è svolta un’udienza clou del procedimento in cui è imputato per evasione fiscale. Non avrebbe pagato le tasse su circa 9 milioni di euro.

L’affaire Iraq. Siamo agli inizi degli anni ’90. I problemi per Dazzi cominciano con una maxi commessa che gli arriva dal governo iracheno. Si tratta di costruire una moschea e un centro islamico a Baghdad. Non la costruirà, per colpa anche della Prima Guerra del Golfo. E anzi, quando tutti i nodi saranno ormai giunti al pettine, e si tenterà di recuperare soldi anche per pagare i creditori, due banche – l’allora Banca di Roma oggi Unicredit e la Banca Nazionale del Lavoro – diranno che quel contratto era carta straccia. «Quel credito invece era certo ed esistente» dicono oggi i consulenti di Dazzi. Quel credito lo ritenne difficilmente esigibile invece il primo curatore della “Dazzi Pietro fu Enrico” (passata a sua volta a Paolo) che lo vendette per 77mila euro – quando in effetti valeva diversi milioni – ad una società inglese, la Server Plus Ltd di Londra, che di lì riesce a riscuoterlo.

Arriva Andreani. Al primo curatore subentra un secondo professionista. Poi, nel 2005 in quel ruolo viene nominato il tributarista Giulio Andreani. Che in due anni chiude il fallimento (Dazzi pagherà persino il suo conto con l’Agenzia delle Entrate, circa 900mila euro) e porta in dote al’imprenditore fallito 9 milioni di euro. Da dove vengono? Sono il risarcimento a cui sono state condannate le due banche – grazie ad un’azione promossa dalla curatela, visto il risultato della società inglese – per aver dichiarato che il contratto con l’Iraq era spazzatura. Non è stato semplice: si è dovuti passare attraverso una prima opposizione di entrambe le banche, poi un reclamo (dichiarato inammissibile) alla Corte di Appello di Genova promosso da uno dei due istituti; poi la Cassazione (che rigetta il ricorso della banca). Dazzi non li ha avuti tutti e subito. Ieri, in aula, Andreani ha ricostruito queste fasi.

La dichiarazione. A questo punto Andreani mette a punto per Dazzi la cosiddetta dichiarazione "speciale" relativa a tutta la durata del fallimento, dall'inizio alla chiusura, e cioè per il periodo '99-2008. La dichiarazione "speciale" è una dichiarazione non di natura "impositiva" ma piuttosto informativa: informa, appunto, il diretto interessato e l'Agenzia delle Entrate se ci deve essere o meno tassazione. Se il titolare la vuole recepire bene, altrimenti è libero di non tenerne conto. Sarà poi l'Agenzia delle Entrate a stabilire se le eventuali somme indicate dal curatore sono dal contribuente dovute o meno. In questa dichiarazione Andreani inserisce anche i 9 milioni di euro considerandoli tassabili. Dazzi non tiene conto dell’informativa e sul tesoretto non paga le tasse: si arriva al processo per evasione fiscale.

Il contenzioso. Tutto ruota intorno a questioni molto tecniche: cioè come si calcola il reddito quando si è di fronte ad un fallimento. Quei 9 milioni andavano o non andavano inseriti nel patrimonio netto? Secondo Andreani quelli erano denari tassabili. «Non che non ci dormissi sopra - dice in aula, in tutta franchezza, Andreani - ma effettivamente mi sono soffermato a riflettere su questo aspetto con un mio collaboratore». Il fatto che Giulio Andreani abbia ieri mattina parlato per circa due ore e mezza di fronte al giudice, al pm e agli avvocati della difesa proprio su questo tema, dimostra che la questione fosse di fatto complicata. E questo per la difesa è un aspetto positivo. Se un professionista del calibro di Giulio Andreani si è dovuto soffermare a riflettere, sembra il ragionamento, Dazzi potrebbe non aver pagato, ma in buona fede.

I dubbi. Rimane da capire come una società inglese, che non ha un’interfaccia in Italia, “parta” da Londra per acquistare un credito vantato nei confronti dell’Iraq e che si trova in pancia ad un fallimento che giace al Tribunale di Massa... Quando prese in mano le redini, Andreani fece verifiche per capire chi muovesse i fili, come ha dichiarato in aula: le tracce si perdevano dietro a due offshore. Che però in origine, prima dell’entrata del tributarista carrarese, si “proponevano” mediante un avvocato di Forte dei Marmi. Il mistero verrà svelato? Vedremo.

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