Il Tirreno

Carrara, svegliati: sei un gigante addormentato

di GIOVANNA MEZZANA
Carrara, svegliati: sei un gigante addormentato

Tappa alle Canalie, dove lo scultore siriano ha creato un campus-atelier per giovani

6 MINUTI DI LETTURA





Boutros Romhein è a Carrara da più di 30 anni. È nato in Siria, ma alle Canalie, dove vive, sembra essere nato una seconda volta.

Arrivi al Ponte di Ferro, prendi per le cave di Bedizzano, passi la pesa, e sei arrivato. Ti fermi sulla strada. Sulla destra, quella che fu una scuola è la casa dello scultore, che alle Canalie ha creato un mini campus con atelier, dove si studia scultura: decine di studenti sono passate da qui. Sul lato sinistro della strada, dove un tempo si apriva un negozio di alimentari, ci ha fatto una cucina: per gli allievi e per gli ospiti. Più in basso, in quella che fu la bottega di un artigiano dei "ferri", ci ha ospitato un negozio di attrezzi per scultori, "Tabula Rasa". E il vecchio mulino coperto di verde e sterpi? È una pompa per cava. Con Boutros la memoria del luogo è tornata prepotentemente fuori. Il Genius loci ha cominciato a parlare ad un artista che dove arriva non "innesta" la sua arte, ma ne fa un tutt'uno con ciò che lo circonda: come a voler rispettare la sacralità del luogo. Per Marble Weeks Romhein ha creato le "Porte della Città", tre statue altissime, ai varchi cittadini, che raffigurano angeli custodi.

Come è arrivato a Carrara?

«A piedi! Già quando ero in Siria facevo lo scultore, ho cominciato a 14-15 anni, ma lavoravo il legno. Abitavo a Damasco. Anche da là sentivo parlare di marmo-Carrara-scultura.. Avevo 22 anni quando decisi di fare un giro in Europa, con mio fratello Lutfi (scultore, vive e lavora a Parigi, ndr). Feci un'esposizione a Parigi e poi in Siria venne organizzata una grande esposizione. L'addetto culturale dell'Ambasciata italiana offrì a me e a mio fratello una borsa di studio. A qualcuno dovevano darla! Era per l'Accademia di Carrara. Dopo un anno che ero qui il marmo "mi ha preso", ho abbandonato il legno: avevo preso "il virus del marmo", malattia che non ti indebolisce, ma ti dà forza per andare avanti in un lavoro duro. A me sembra che il marmo trasmetta la memoria, è una pietra che è stata con gli uomini migliaia di anni..».

Come sono stati i suoi primi mesi a Carrara?

«Mi sono trovato bene. Era meraviglioso. Visitavo i laboratori artigiani e gli studi degli artisti ed ero sempre più colpito … ero colpito in pieno. Presi una casa a Bedizzano, e i miei vicini di casa mi trattavano come un figlio. La gente di Carrara è generosa, il marmo lo regalano, quando entri in un bar, c'è la gara per offrirti il caffè».

Questo clima positivo è rimasto o . è cambiato?

«In linea di massima è rimasto. La gente di qui ha i valori di chi ha vissuto con fatica e con sudore. A Carrara la gente non ti prende come uno straniero ma come un amico. E io, con il mio lavoro, non mi sono mai sovrapposto alla cultura locale, ho cercato sempre di esserne partecipe e non mollerò! Certo, in giro c'è un'ignoranza tangibile, ma questo non danneggia..»

Che genere di ignoranza?

«L'ignoranza di chi non conosce gli altri e di chi non sa da dove viene. Intendiamoci, l'ignoranza esiste anche tra i grandi scienziati, la mia non vuole essere una critica, e l'ignoranza aumenta quando manca il lavoro ..».

A Carrara esiste una "categoria" di artisti?

«C'è il terreno fertile, ma è difficile trovare lo spazio per lavorare. Se c'è una mostra, ci parliamo, ci confrontiamo, ma in questo periodo di difficoltà economiche ognuno sta per conto proprio. Lo scultore cerca il lavoro dell'artigiano per sopravvivere.. ».

La crisi è tangibile ..

«Sì. Fino a tre anni fa la gente veniva qui da noi per visitare questo posto e per comprare: almeno una volta al giorno c'era qualcuno che si fermava. Ora non più: si è ridotto, è quasi sparito, il turismo per l'arte».

Ci sono scultori a Carrara che sono capaci, eppure non trovano la loro strada?

«Ce ne sono. E sono energie buttate al vento ».

Cosa potrebbe fare il Comune?

«Dovrebbe mettere a disposizione di questi artisti laboratori e capannoni abbandonati. Io ho un grande progetto (Boutros sorride, ndr): è ciò che sognano gli scultori per vivere bene a Carrara».

Ce lo dica!

«Un intero spazio, organizzato architettonicamente, dedicato alla scultura. Entri ed esci solo per visitare mostre, permanenti e temporanee, dove si vendono opere e si acquistano. Che puoi vistare a piedi o in macchina..».

Una specie di cittadella della scultura?

«Sì, qualcosa del genere. E nella Città della Scultura di Carrara ci sarebbe l'architettura, il design, l'artigianato, posto per tutti. All'inizio sarebbe difficile, ma immaginiamo cosa potrebbe essere tra 50 anni?».

E dove si potrebbe fare? Alla Padula, per esempio?

«No, no! Ci vuole uno spazio aperto, senza alberi, senza sali-e-scendi. Anzi, l'importante è che non sia un "parco". Parchi non ne vogliamo.. i parchi ricordano.. .»

Pietrasanta!

«Ecco .. appunto. Noi non siamo Pietrasanta. Non abbiamo nulla contro di loro, ma a Pietrasanta ci sono 10 studi di artisti quando a Carrara ce ne sono 70! Hanno le fonderie, ok, ma si sono presi anche il marmo. Il marmo deve rimanere qui. Per diritto.. di storia».

Eh ma Pietrasanta la chiamano la Piccola Atene, la Città degli Artisti.. Carrara no.. Cosa c'è allora che non va?

«C'è che il Gigante è addormentato. Per me Carrara, che la giro su e giù da oltre 30 anni, è un gigante addormentato. E dovrebbe svegliarsi anche per dire "Non sono Pietrasanta". Non so chi l'addormenti, forse c'è qualcuno con la siringa.. ».

Carrara dorme. Ma che sonno è?

«Qui c'è un'industria, appunto, gigantesca. Ci sono interessi miliardari e tante persone che potrebbero svegliarla, però ci sono anche tanti intoppi politici che non conosciamo.. ».

E cosa dovremmo fare?

«Innanzitutto dovremmo non addormentare questo gigante più di quanto lo è già. Vorremmo che i dirigenti della città sapessero, guardassero, vedessero. Poi ci vorrebbero più persone alla Paolo Armenise (l'ideatore, con Silvia Nerbi di Marble Weeks, ndr) e al suo team. Carrara ha diritto di essere rivestita della cultura del marmo, anche se la gente non lo guarda, perché anche se non lo guarda, lo ama. Non importa che sia bello o sia brutto: nell'arte non c'è né bello né brutto».

È qui da più di 30 anni. Ha visto delle "fasi"? Evoluzione, declino.. l'una e l'altra..

«Mi dispiace dirlo, ma un vero sviluppo non l'ho visto, né a Carrara né a Marina. I primi anni che ero qui, Carrara era abbandonata a se stessa: ricordo, figuriamoci, la via Roma di asfalto. Negli ultimi anni la cura urbana è aumentata: si tratta di uno sviluppo limitato, ma meglio di niente».

Ha mai pensato di andare via? «Prima di conoscere Barbara (ride, ndr) sì (Barbara Valsuani, artista anche lei, ndr). Pensavo: dieci anni a Carrara sono sufficienti. Poi riflettevo: "Se vado in un altro paese, come me lo porto via il marmo? E allora ogni volta rimanevo.. Carrara è il palo a cui ho messo la mia catena. Del resto, la prima opera che ho fatto a Carrara rappresenta una mano legata con una catena: si chiama "La mano legata", ma la catena che ho scolpito è spezzata. Tutti siamo legati, ma ad una catena volontaria.. Per me è un significato importante: nessuno mi ha portato a legarmi qui. L'ho fatto per conto mio!»

9 - CONTINUA -

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa