Sicurezza
Esplosione in cava: «La polvere nera non doveva essere lì»
Nuova udienza del processo per la morte di Augusto Ricci Parla l’ingegnere Asl che giunse al piazzale dopo l’incidente
CARRARA. Sfilano davanti al giudice del Tribunale di Massa Fabrizio Garofalo i testimoni del tragico incidente in cava in cui il 13 ottobre 2010 morì Augusto Ricci – 48enne massese padre di due figli – e rimase ferito Angelo Morelli, 52enne. Si trattò di un’esplosione: in un container, nella cava Piastrone n.173 della Cooperativa Gioia. Ieri, nell’udienza del processo in cui è imputato per omicidio colposo Anselmo Ricci, presidente della Coop – in origine lo era anche Morelli ma patteggiò (10 mesi di reclusione, pena sospesa) – si è cercato di ricostruire cosa successe in cava quella mattina del 2010: per accertare di chi siano le responsabilità della morte di Ricci.
Arriva la polvere nera. Tra i testimoni ha parlato Massimiliano Bartolucci, dipendente della ditta Lazzeri fornitrice di esplosivo alla Coop Gioia. «Feci la consegna intorno alle 7 – dice il dipendente – Guidavo un furgone, omologato per il trasporto di esplosivo. Mi fermai alla base della strada di arroccamento per la cava perché il mio mezzo non era adatto per salire. Arrivò Morelli, che sapevo essere “fuochino” (cioè la persona deputata a maneggiare materiale esplosivo, ndr). Con lui – aggiunge – c’era un’altra persona».
Il pick-up La persona in compagnia di Morelli era Elio Del Sarto, secondo il racconto di un altro testimone: Domenico Gullì, ingegnere Asl, che quella mattina giunse in cava dopo l’arrivo dei vigili del fuoco. «Dalla base della strada di arroccamento, l’esplosivo venne trasportato in cava con un pick-up guidato da Elio Del Sarto, chiamato da Morelli – dichiara l’ingegnere Asl – Esplosivo e accenditori vennero trasportati insieme e con un mezzo non idoneo. Del Sarto inoltre non aveva la consapevolezza del rischio: lavorava in officina».
120 chili di esplosivo. Emergono anche dettagli sul quantitativo di polvere nera: come risulta dalle bolle di acquisto, «Si trattava complessivamente di 120 chili di esplosivo – dice Gullì – ma nessuna delle due cave era autorizzata per un quantitativo simile. L’autorizzazione massima è di 75 chili per “volata” (per esplosione nel bacino). Sono stati dunque messe insieme due bolle distinte di acquisto».
L’ipotesi. Rispondendo alle domande dell’avvocato della difesa, Adriano Martini, e a quelle del pubblico ministero, Gullì ipotizza la causa più probabile dell’esplosione, che si verificò all’interno di un “box” nel quale si trovavano Morelli e la vittima (nelle vicinanze del “Palazzo”, cioè dove c’è la mensa). «Un urto, una frizione accidentale – dice il dipendente Asl – tenuto anche conto che nel container c’era poco spazio, le due persone erano di corporatura robusta e per terra sono stati ritrovati resti di vecchie bombetta (sacchetti che contengono in media mezzo chilo di polvere nera e un accenditore). Ricci potrebbe aver inavvertitamente schiacciato rimasugli di bombetta».
I ruoli. Gullì dice altro. Ad esempio, a proposito del fatto che la polvere nera si trovasse nel container, e che Morelli e la vittima stessero lì a movimentare esplosivo, e/o a preparare le “bombette”: «Il container non era il luogo adatto». dice Gullì. Tali pratiche devono piuttosto essere fatte «sulla bancata da abbattere, non in un luogo chiuso». Non solo. «Ricci era un factotum, non doveva occuparsi di esplosivo. Di esplosivo se ne devono occupare esclusivamente i fuochini. É emerso che chi compare ufficialmente nell’elenco dei fuochini non sapeva neppure che quel giorno ci sarebbe stata una “volata”». Morelli faceva il “fuochino”: «Probabilmente Morelli – aggiunge l’ingegnere Asl – aveva le competenze necessarie, ma la libertà di chiamare chi volesse dimostra che non ci fosse una individuazione chiara dei ruoli». E ancora: «Nessuna delle persone sentite – dice ancora Gullì – sapeva che quel giorno si stesse movimentando esplosivo». Udienza che ha fatto luce su alcune pratiche. Sulle consuetudini di cava. E questo nonostante i moltissimi «non so», «non ricordo», «non l’ho mai saputo», «di solito si faceva così» dei testimoni-soci della Cooperativa Gioia. Da sentire mancano ancora altri testimoni, tra cui Morelli (udienza fissata per il 22 dicembre).
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