Finanza
Ferej, otto anni, torna a ridere e giocare
Cardiopatico dalla nascita, suo padre lo ha portato in spalla per 300km per farlo curare dai medici dell ’Opa in Eritrea
MASSA. Ferej è un bambino eritreo di otto anni, che fino a due anni fa non aveva aspettative di vita. Con cardiopatia complessa e la sfortuna di essere nato in un paese estremamente povero, senza strutture sanitarie, era dato per spacciato.
E invece oggi è in ottima forma, guida l'auto giocattolo parcheggiata nella stanza dei giochi dell'ospedale pediatrico di Montepepe, guarda con curiosità le telecamere e dispensa enormi sorrisi. È l'ennesimo miracolo firmato Opa, realizzato grazie alla professionalità della sua equipe medica, ma anche grazie alla passione e al lavoro dell'associazione “Un cuore un mondo”, che in ogni missione apuana nel Terzo mondo, cura la logistica e la burocrazia e che ha permesso a Ferej di uscire dal suo paese per essere curato all'estero.
Lui è il primo bambino eritreo che ha potuto farlo. La sua storia è una di quelle strappalacrime, che il mondo occidentale vive, con distacco, solo attraverso i film o i romanzi. È la storia di un padre, il suo, che ha percorso 300 chilometri a piedi con il figlio malato sulle spalle, dal suo villaggio fino ad Asmara. Uno stregone aveva diagnosticato la malattia al cuore a Ferej e l'unica possibilità di salvarlo era quello di portarlo nella capitale eritrea, dove è situato l'unico distretto sanitario con professionisti. Lì, infatti, si danno il cambio, ogni quattro mesi, le varie equipes mediche che hanno aderito al progetto di cooperazione internazionale sanitaria. Quel giorno c'erano i medici dell'Opa. Ferej arrivò in fin di vita.
Una parte del suo cuore era completamente inattiva e aveva solo il 65% di saturazione – la percentuale di emoglobina satura di ossigeno in condizioni normali è maggiore del 95%, con valori ottimali intorno al 97-98%. Decidono di operarlo d'urgenza, nonostante le possibilità di salvarlo fossero scarse, ma ci riescono. Escludono la parte del cuore inutilizzabile e nella restante operano con il cosiddetto intervento Glenn. Poi, in tempi record, fanno arrivare un peacemaker e glielo inseriscono. Dopo quattro mesi, alla successiva missione del gruppo medico di Montepepe in Eritrea, camminava e aveva saturazione al 90%. «Tuttavia – racconta Nadia Santa, cardiologa pediatra che ha seguito Ferej in tutto il percorso, nonché angelo di altri bambini eritrei – l'intervento doveva essere portato a termine e non potevamo farlo in Eritrea. Non tanto per l'operazione in sé, quanto piuttosto per il percorso post operatorio. Bisogna ricordare che in Eritrea non c'è assolutamente nulla, nessun supporto sanitario. Quando noi ci muoviamo portiamo tutto il necessario, ma per questo tipo di intervento non potevamo».
Si è quindi messa in moto la macchina dell'associazione “Un cuore un mondo” per ottenere il visto. L'Eritrea si trova nella parte settentrionale del Corno d'Africa ed è uno di quei paesi dove migrare non è un diritto. Ma anche qui riescono nell'intento e Ferej è riuscito ad arrivare in Italia con la madre. «Nel frattempo il bimbo aveva avuto anche un lutto in famiglia – racconta la cardiologa – Era morto il suo fratellino di appena dieci mesi per una enterite. Lì, purtroppo, si muore di questo: di una semplice infiammazione all'intestino. Quindi per noi era diventata anche una questione personale: salvare a tutti i costi la vita di Ferej e regalargli un futuro. Chiaramente la sua è solo una delle tante storie particolari di quel paese che si potrebbero raccontare».
È stato quindi operato nuovamente e adesso è un bambino come gli altri. Il suo cuore sarà sempre un po' diverso ma lui potrà vivere a lungo. La settimana prossima ritornerà in Eritrea, lasciando in terra apuana il ricordo del suo sorriso e di questo grande risultato. L'Opa attende ora altri piccoli cuori eritrei da far pulsare.
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