La manifestazione
A Carrara c’è tutto, manca solo l’atmosfera
Tanti motivi per andarsene e uno per restare Lo scultore di Codena svela perché non va via
Michele Monfroni è uno scultore "bulimico". È capace di lavorare a dieci opere alla volta: quelle commissionate che assicurano "la pagnotta" – come la Pietà di Michelangelo, ordinata da un pellettiere marchigiano per la sua residenza privata, 800 ore di lavoro in due – e, contemporaneamente, quelle che danno sfogo al suo estro. È figlio d'arte, ma ciò che suo padre Luciano gli ha dato, dice, «non è un'eredità».
Quando ti inerpichi su per la strada che porta a Codena e arrivi allo Studio Monfroni, ti chiedi che cosa questo studio sarebbe se, anziché a Carrara, fosse da un'altra parte. Lo scultore ti accoglie con persino le ciglia imbiancate di polvere. E quando ridiscendi verso il centro-città, ti domandi quanti carrarini siano entrati allo Stadio dei Marmi ma non abbiano mai oltrepassato la soglia di quel laboratorio dove il marmo diventa arte.
Monfroni, lei ha cominciato a scolpire giovanissimo..
«Il primo mazzuolo e la prima subbia li ho presi in mano a otto anni. Ho cominciato prestissimo a respirare l'aria del laboratorio: e sono convinto che sia proprio una questione di aria che si respira. Mio figlio ha tre anni: a volte lo porto qui; un giorno, quando stavo scolpendo le Tre Grazie (sempre commissionate dall’industriale marchigiano, ndr), si è seduto ai piedi della statua e teneva il raspetto in mano: giochicchiava con la polvere; sere dopo, accendo il pc e sul desktop compare la foto delle Tre Grazie, lui la vede e sai cosa mi dice? "Babbo, scultura, laboratorio, fatta io!"»
Prendere in mano il laboratorio di famiglia è stata per lei una scelta obbligata?
«Nel '92, a 19 anni, dopo il diploma della Scuola del Marmo, mio padre mi ha chiesto: "vuoi continuare?". Ho detto sì, avrei anche potuto dire no».
Lei, tra l'altro, non ha fatto l'Accademia: perché?
«Non ne ho avuto né la voglia né la necessità».
Suo padre le fa mai qualche complimento?
«Tutti i giorni può arrivare un complimento da lui, ma anche quando mi dà un consiglio è per me qualcosa di estremamente importante».
Cosa è cambiato da quando qui c'era solo suo padre? Lui è contento di aver passato a lei il testimone?
«Mio padre ha aperto nel '63, a San Francesco. L'anno scorso erano 50 anni. È contento che abbia preso in mano io il laboratorio, ma, intendiamoci, questa non è un'eredità e non è neppure una sfida. Rimane il nome e la tradizione, ma c'è anche il cambiamento: deve esserci un'innovazione di idee, altrimenti la tradizione da sola sarebbe una Spada di Damocle. Mio padre veniva dalla tradizione del Figurativo, io ho una mentalità più da arte moderna; non disdegno il Figurativo, ma tengo molto alle mie opere, mantengo le mie forme, le mie texture, metto insieme materiali diversi, marmo e legno.. Siamo due generazioni diverse e io cerco di fare la mia strada, guadagnandomi la pagnotta».
Come vede questa città?
«Ah Carrara! Come Michelangelo … Estasi e Tormento! La ami perché ci sei. nato, non te ne vai, ma la critichi».
Ha mai immaginato il suo laboratorio fuori da qui?
«Tante volte. Sono affascinato dall'America e anche dall’Europa: New York, Londra, Berlino sono culturalmente aperte all'arte moderna e possono offrirti di più, ma chi viene qui – ho clienti italiani, francesi, tedeschi, inglesi, americani, australiani – mi fa tornare coi piedi per terra».
Cioè?
«Il carrarino sputa nel piatto dove mangia, ma la gente che viene da fuori rimane esterrefatta da questa città. Vengono da tutto il mondo per fare scultura a Carrara. E io non me ne andrei mai via: mi sono fatto una ragione di contribuire anch'io al bene di questa città: non tutti lo riconoscono.. e qualcuno invece lo fa. Alla fine non hai una pizzeria, hai un laboratorio di scultura! ».
Secondo lei Carrara è accogliente, agevola, chi fa arte?
«Noi dei laboratori storici, o meglio, alcuni di noi hanno dato vita al Consorzio Marmo Artistico, nato per certificare la scultura come fatta in loco e con metodi tradizionali: siamo rimasti in 9, stiamo cercando di risollevarci. Carrara qualcosa dà, altrimenti non sarei qui. Il lavoro potenzialmente c'è. Io non mi lamento, ma molte cose dovrebbero andare diversamente».
Ad esempio?
«Manca un polo espositivo, mancano le gallerie d'arte (fortunatamente, con Marble Weeks ne apre una, in via Santa Maria, nell'ex fondo Martini). Conosco moltissimi scultori, sia italiani che stranieri, che vengono a Carrara per realizzare le loro opere, ma poi le espongono altrove. Carrara è fondamentale per la materia prima, poter dire "ho lavorato a Carrara" fa ancora curriculum, ma per fare una mostra e avere visibilità molti scultori scelgono altri luoghi. Perché un artista dovrebbe esporre a Carrara con il rischio che non venga nessuno? C'è la materia prima e la competenza, è la visibilità che è ridotta. Insomma, mancano solo dei tasselli per essere completi. Servirebbe cambiare la mentalità tipica cittadina, dare un taglio alle solite lamentele, mettere in pratica idee valide».
I carraresi vengono a visitare il suo laboratorio?
«Vengono e non vengono. Il problema è che la cultura del marmo deve essere insegnata sui banchi di scuola. Non capisco perché si portino i bambini delle elementari a vedere le mucche di Marinella, motivando che il latte è una produzione locale, e non li si porta a visitare i laboratori di marmo. A Carrara si dovrebbe studiare il marmo come sicuramente a Murano si studia il vetro, dovrebbe essere una sorta di "obbligo scolastico": a lungo andare, porterebbe benefici alla città e risolleverebbe anche la Scuola del Marmo, che ogni anno rischia di chiudere; anche quest'anno l'hanno salvata i cinesi (le iscrizioni degli studenti asiatici, ndr): è un bene ma è anche un male, perché gli studenti cinesi vengono, imparano e se ne vanno; diplomarsi alla Scuola del Marmo dovrebbe essere motivo di vanto, perché poi dovresti avere il lavoro assicurato, dovrebbe essere una scuola che toglie iscritti alle altre».
Per chi fa un lavoro come il suo da dove arrivano le difficoltà maggiori?
«Ad esempio, non si trova più un buon smodellatore. Io ormai ho imparato a farmi tutto da solo – smodello, rifinisco … ho imparato da giovanissimo, prima guardando e poi lavorando – ma se per caso ho bisogno di un aiuto, devo chiamare un prestatore d'opera, a partita Iva; i prestatori d'opera si contano sulle dita di una mano, sotto i 35-40 anni non ne trovi, e questo significa che manca la linfa, il ricambio generazionale, c'è un gap tra l'età del diploma e i 40 anni».
Forse molti si scoraggiano: partire è dura, o no?
«Se guardiamo i laboratori rimasti – Felici, Devoti, Corsanini, Poletti e Ghio.. – sono tutte realtà che esistono da 50-60 anni. Avere un proprio laboratorio è un rischio, a volte ti senti solo, senza gli aiuti giusti, però hai una esperienza, hai la consapevolezza di fare certe cose e sai con quale passo farle. Aprire da zero è un salto nel vuoto. È però inutile avere idee se non hai uno spazio per realizzarle; puoi avere un "buco", essere un genio e riuscire a realizzare grandi idee .. Io nel laboratorio di prima mi sentivo come chiuso in una noce; qui metto mano anche a dieci sculture alla volta, porto avanti le mie creazioni e i lavori che mi sono stati ordinati».
Siamo agli esordi di Marble Weeks: che ne pensa?
«Io l'ho vista come una svolta sin dalla prima edizione. Riaprire i fondi significa colmare il vuoto lasciato dalle Biennali. O per lo meno, ti permette di rivedere qualche sorriso in città e di parlare con la gente».
E una volta terminato il calendario di Marble Weeks?
«Bisogna gestire il "dopo". E bisogna credere in Carrara anche nel periodo invernale. Bisogna trovare un polo espositivo, potrebbe essere l'ex convento di San Francesco. Alla fine basta poco. Ad esempio: quando arrivi a Pietrasanta, ti sembra, semplicemente, di respirare un'aria diversa. Pensa a quando ti affacci sulla piazza del Duomo.. sembra che ci sia qualcosa nell'aria.. Hai la sensazione che, ovunque ti giri, ci sia un artista: forse perché l'hanno talmente pubblicizzata, talmente sponsorizzata con grandi nomi, che ti sembra che quei grandi nomi siano lì. A Carrara manca questa atmosfera; l’atmosfera per cui ti siedi al bar e senti di avere accanto l'artista, lo scultore, lo scalpellino. E poi a Pietrasanta ci sono le gallerie, con il piccolo e il grande nome: a Carrara ci sono tanti artisti che potrebbero emergere. Io non voglio insegnare niente a nessuno … ma non sono neppure l'ultimo arrivato!».
6 - CONTINUA -
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