La manifestazione
LA STORIA» RICOSTRUIRE
MASSA. È entrato nella falegnameria di famiglia, in via delle Pinete, che era un ragazzetto. Si è rimboccato le maniche e ha lavorato sodo: il mercato cambia alla velocità della luce e lui gli sta...
MASSA. È entrato nella falegnameria di famiglia, in via delle Pinete, che era un ragazzetto. Si è rimboccato le maniche e ha lavorato sodo: il mercato cambia alla velocità della luce e lui gli sta dietro, non rallenta mai. Sempre al passo con la tecnologia: non solo sega e pialla, la sfida è l’alluminio. E lui ha intenzione di coglierla; rischia, investe, acquista macchinari e si specializza nella curvatura, diventa il “mago” delle finestre tonde e degli oblò.
Un’impresa che funziona pronta ad assumere un paio di persone, un’azienda sana quella di Massimo Pedrinzani, così sana che All.co, il più grande gruppo nella produzione di infissi in alluminio, gli tende una mano, vuole che diventi suo partner in un progetto innovativo. All.co, 500 dipendenti e sedi da Pordenone a Salerno, fornisce l’anima in alluminio e Massimo quell’anima l’arricchisce con il legno. Finestre double face: la resistenza dell’alluminio all’esterno, l’eleganza del legno all’interno. E l’innovazione di un prodotto “stile Ikea”, scomponibile, smontabile e rimontabile, trasportabile agevolmente. Rispettoso dell’ambiente «e per tutte le tasche». Chiunque acquisti una finestra in legno-alluminio da All.co, si porta a casa un “pezzetto” dell’azienda massese. Un prodotto che riscopre il made in Italy e la manualità del Belpaese.
Il colosso degli infissi in Massimo Pedrinzani, 38 anni, ci crede perché lo ha visto rimanere in piedi, con orgoglio e coraggio, anche quando, nel novembre 2012, il fango si è insinuato sotto porte e cancelli, anche quando l’acqua ha invaso magazzini e rovinato macchinari. L’intraprendenza, l’ostinazione condita al coraggio convincono All.co, non sono, invece, una carta utile da giocare con le banche. Loro - metafore a parte - tengono porte e finestre chiuse e Massimo si ritrova come il gatto, costretto a mordersi la coda.
Durante l’alluvione ha subìto danni per 268mila euro, ha chiesto un risarcimento alla Regione, ma per averlo - è il fatidico morso alla coda - dev edimostrare di aver speso i soldi per ripristinare l’attività. Massimo quella cifra da capogiro non ce l’ha e le banche non sono disposte a dargliela, non ha - eccola la parola chiave - il rating adatto. Non risponde agli standard richiesti.
«A novembre 2012 - Pedrinzani cerca il bandolo della matassa - l’alluvione ci mette ko. I danni sono stati quantificati dai periti in oltre 260mila euro. Ho scelto di tutelare il lavoro: il mio fatturato è precipitato e ho fatto i conti con un bel meno 40%, ma - ci tiene a sottolinearlo - non ho licenziato i miei 4 dipendenti, nè ho sospeso l’attività». C’era da spalare il fango.
Per non mandare a casa nessuno, Massimo deve, però, tirare la cinghia: «Non ce l’ho fatta a versare tutti i contributi e l’Iva». E lo Stato non vuole sentire ragioni: alluvione o non alluvione, tu devi pagare, altrimenti partono le cartelle. E sono partite e arrivate: «Ho rateizzato ora il pagamento di 15mila euro di imposta sul valore aggiunto, per non parlare degli interessi che verso proprio alle banche per i conti rimasti scoperti dopo quella colata di fango».
Ma i ritardi nei pagamenti a Massimo costano cari perché gli istituti di credito li “evidenziano” e dicono no quando bussa alle loro porte. Nonostante chieda soldi che - neanche questo lo aiuta - la Regione dovrebbe ridargli: «Dopo la quantificazione del danno, Firenze mi ha riconosciuto il 75%, pari a 200mila euro circa». Ma per avere il denaro - qui sta l’inghippo - devi spendere una cifra corrispondente: «Tu fai i lavori, compri le macchine rotte, ripristini l’attività - l’imprenditore spiega il meccanismo - poi presenti le fatture e ottieni il risarcimento. E io quelle fatture (il termine è stato prorogato a settembre ndr) non posso presentarle».
E il perché è semplice: i soldi per fare tutti i lavori non ce li ha e le banche - rieccolo il gatto che si morde la coda - non li presta: «Per rialzare la testa, ho chiesto alla Regione di anticiparmi 100mila euro dei 200mila riconosciuti. Li ho ottenuti perché ho dato garanzia con una fidejussione che mi è costata 2.500 euro».
Qualcuno sventolerebbe bandiera bianca, ma Massimo no: nel progetto con All. Co ci crede, ma gli servono spazi. Fa un salto anche in Comune: «Speravo che l’amministrazione avesse aree da mettere a disposizione di imprenditori coraggiosi. Nonostante le difficoltà, per garantire il progetto che sto portando avanti sono pronto anche ad assumere un paio di persone, disoccupati che mi hanno aiutato a spalare il fango, senza averci guadagnato nulla». Quasi un debito da saldare quello nei confronti degli angeli del fango.
Ma il Comune, ahimè, di aree non ne ha, una mano non può dargliela. Gliela allunga, invece, un amico di famiglia: «Mi mette a disposizione un capannone a poche centinaia di euro il mese». E lui ci prova. Si accontenta di ricavare solo quello che serve per tirare avanti la baracca, non punta - ora non può farlo davvero - ad arricchirsi. Punta invece a tirare avanti con dignità, a valorizzare idee e progetti e a guardare il futuro a testa alta. Il suo, quello della sua famiglia e della sua bambina, quello dei dipendenti.
Una sfida che Massimo Pedrinzani gioca contando sulle sue forze, senza inveire o gridare, senza puntare il dito contro nessuno. Solo raccontando la sua storia, la storia di chi ha subìto la forza della natura e “gli inghippi” della burocrazia, ma ci crede ancora e chiede solo una mano. Nulla di più
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