Sicurezza
Carrarini, attenti: un “me-ne-frego” vi seppellirà
Lo scultore che conquista gli americani tira le orecchie ai suoi concittadini
Oriano Galloni è un artista disincantato: non si crogiola nell'idea di fare arte, la fa. Sarà anche per questo che è uno dei pochi scultori carraresi che riesce a stregare gli americani, notoriamente pragmatici. Vive negli Stati Uniti per diversi mesi all’anno, ma non ha reciso il cordone ombelicale con la sua città; anzi, c'è talmente affezionato, che Carrara, e soprattutto i carrarini con la loro filosofia del chi-se-ne-frega, lo fanno, parole sue, «imbestialire».
Galloni, lei è uno scultore che esiste sul mercato dell'arte. Lei, insomma, vende..
«Diciamo che vivo del mio lavoro. Anch'io ho alti e bassi. Devi sempre correre, e non c'è tempo di stare a fare l'artista o il "creativo della situazione"».
Vive tra Carrara e New York: come alterna le fasi del suo lavoro?
«L'inverno lo trascorro tra il mio studio di New York e quello di Miami. D'estate torno per scolpire. La fase "fisica" è qui: è qui che la scultura si fa realmente».
E non potrebbe realizzare le sue opere negli Stati Uniti?
«È una questione di qualità. I carrarini sono quelli che sono, ma sono bravi: hanno perso molto, ma hanno ancora molto da perdere, tant'è che alla fine di ogni giornata io mi imbestialisco con questa città! E poi qui si è creata un'alchimia che funziona: Leonardo (Corsanini, ndr) sa quello che voglio e io so quel che vuole lui».
Con il laboratorio Corsanini come è iniziata?
«Sono capitato qua e abbiamo fatto due chiacchiere. Stavo cercando.. non so cosa: e qui ho trovato uno spazio per scolpire, che è un "orto dei sogni". Era un sogno ciò che siamo riusciti a realizzare con l'Accademia di Belle Arti di New York: ogni anno i due migliori studenti vengono da Corsanini per sviluppare il loro progetto; ora sono qui. E con gli studenti arrivano anche i grandi sponsor delle università: in America gli atenei sono tutti privati. Lo scorso anno è venuta Eileen Guggenheim (presidentessa del consiglio degli amministratori fiduciari della New York Academy of Art, ndr) con il marito (il gallerista Russell Wilkinson, ndr)».
Grandi nomi, il jet set del filantropismo mondiale. E hanno apprezzato Carrara?
«Si sono fatti un giro in cava: erano entusiasti. Hanno casa nel Senese, erano stati a Pietrasanta, ma non avevano idea di cosa fosse Carrara. E non perché siano ignoranti, ma perché Carrara non fa promozione né marketing. È pazzesco!».
Accompagna lei gli sponsor nelle loro visite carraresi?
«Capita. Mi viene in mente un aneddoto. È estate e sono arrivati gli sponsor. Vengo a Carrara a tagliarmi i capelli; faccio un giro lungo la Carriona. Vedo la palazzina crollata: sembrava di essere a Dresda dopo i bombardamenti. Mentre rifletto "li porto a Carrara o non li porto?", si apre una finestra e cosa vedo? Una mano che lancia un sacco di immondizia! Ci rendiamo conto? Quello è un gesto che dice tutto! Io tempo fa pensavo che la colpa della rovina di Carrara fosse da addossare a chi amministrava la città, e mi arrabbiavo; pensavo si trattasse di cattiva gestione, che sicuramente c'è, ma è conseguenza di altro. Ora ho realizzato che non è un fatto politico: è una questione fisiologica, di Dna! E per questo non c'è possibilità di cambiare. E mi fa strano che non ci sia persona che dica "il mio vicino fa così? E io faccio diversamente". È tutto un "cosa m’ n’ freg’"».
Secondo lei questa sciatteria da cosa dipende?
«Forse è un fatto di educazione.. Prendi tutte le cittadine che ci sono nelle vicinanze, a nord e a sud, e solo quelle a monte: ovunque trovi di meglio; Sarzana è un salottino e … persino Massa è migliore! Eppure non sono più belle – Carrara è un gioiello, massacrato ma un gioiello – è solo diversa la gente che ci vive! E pensare che i ragazzi che arrivano dall’Accademia di New York sono esaltati da questa città. E la gente continua a venire: il carrarino è rozzo ma, sotto-sotto, è ancora vero: e questo piace anche agli stranieri. O scappano o tornano».
Secondo lei cosa si dovrebbe fare per "salvare" Carrara?
«Basterebbe dire: "ora basta farci del male, d'ora in poi ognuno, nel suo piccolo, fa qualcosa per rimettere in sesto questa città"; non servono soldi, serve un po' di amor proprio; questa città non è solo nostra, è del carrarese come dell’americano, viviamo in una città che ha una storia di 2mila anni e non possiamo fregarcene».
Vede errori nella gestione amministrativa dei soldi?
«Prendi l'ex convento di San Francesco; quando venne inaugurato, uscì la notizia che l'affitto della scala di accesso costava 40mila euro: con una cifra simile non riesci a fare una scala che rimanga per sempre? Prendi l'edizione del Simposio che si svolgeva sia in città che in cava; quell'anno (era il 2005, ndr)decisero di acquistare le opere degli scultori per collocarle poi nell'ex convento, che sarebbe dovuto diventare un museo della scultura. Si decise di spendere di più per le opere, c'era alla base un'idea di investimento. Ebbene, qualche tempo fa sono ai Ponti di Vara, mi affaccio, e cosa vedo? Due delle opere di quel Simposio, buttate lì, coperte da un pezzo di cellofan: le ho riconosciute. Ma la cosa peggiore è che con tutti gli artisti che sono passati da Carrara non è rimasta una sola opera pubblica. Pensa ad Henry Moore e a quando lavorava nel laboratorio Nicoli. Credi forse che se il Comune gli avesse fatto un'offerta di donazione per una sua scultura, non avrebbe accettato? Probabilmente l'avrebbe regalata!».
Come reagiscono gli americani quando lei dice di essere di Carrara? Carrara è ancora un marchio?
«Ecco la tipica conversazione, così ti fai un’idea. Americano: "Carrara? Mmm…". Io: "Sì, Carrara: 15 minuti a nord di Pietrasanta". Americano: "Ah Pietrasanta! Enoteca Marcucci!". Capito? Carrara non la conoscono e Pietrasanta per loro è l'Enoteca Marcucci: Michele Marcucci è bravo, li coccola, bevono del vino eccellente, comprano un'atmosfera.. Devi prendere gli addetti ai lavori per trovare qualcuno che conosca Carrara. E comunque anche tra di loro c'è chi parla di "Bianco di Carrera" … forse si confondono con la Porsche (o coi jeans.. ndr). Capisci? E quando ogni estate torni da New York e ascolti la solita nenia dei commercianti "bisogna rilanciare la città", e senti la barista pontificare "il sindaco quest'anno mi deve dare il pony, ah sì che me lo deve dare..(..)"».
La interrompo: il pony??
«Sì, il pony. L'altro giorno sono tornato dal mio barbiere. E ho sentito una barista che diceva che questa estate, per attirare i turisti, ci vogliono i pony: per far fare il giretto ai bambini.. Ecco, sentire queste cose mi devasta, perché io voglio bene a questa città».
Però da qui se n'è andato … anche se d'estate torna.
«New York è la Parigi di 100 anni fa, è una piattaforma globale, dove è bene esserci. Mi fa da specchietto».
Non tutti però si possono permettere di aprire due studi, a New York e a Miami: si sarà potuto permettere un investimento, almeno iniziale ..
«No, non è il mio caso. Io sono partito con la classica valigia di cartone. Era il 2000, preso il primo lavoro là, sono tornato immediatamente qui per realizzarlo, perché non avevo più un soldo. Ho sempre rischiato e continuo a rischiare. New York è una città per cui a fine giornata, anche se sei cotto, devi farti una doccia e correre a quella festa, a quell'evento, a quel ricevimento, se sai che c'è quel gallerista, o quel collezionista, o quel miliardario. Ho capito che non puoi fare altrimenti».
A un artista esordiente che vuol vivere del proprio lavoro o ad uno studente dell'Accademia cosa si sente di dire?
«Che il mercato dell'arte è una giungla, è fuori controllo, anzi, è assai ben controllato.. Che l'oggetto d'arte non lo guidi e non lo bevi, non serve a nulla e quindi lo devi vedere come tale. Che la maggior parte degli eventi che sono fatti qui sono della "pizzate tra amici". Hai mai visto qualcuno comprare una scultura a Carrara? Se lo hai visto, è stato un evento eccezionale. Dico che i mercanti d'arte si fanno quattro risate quando ti proponi dicendo "ho fatto questo simposio, e poi quest'altro …": i simposi vanno bene quando sei studente. Dico che l'Accademia e i prof non hanno idea di quali siano i meccanismi che regolano il mercato, e che quando esci da lì devi aspettarti delle tavolate sui denti. Ho visto compagni di studio che avevano "il Genio" e dopo sei mesi dalla laurea erano a lavorare al porto: signori artisti, con grande creatività, finiti nel buco nero».
Oriano, lei sembra intenzionato a rimane per lunghi periodi dell'anno sulla piattaforma newyorkese …
«Come diceva il grande Nardo Dunchi, se fai una barca e vuoi capire se navigherà, devi metterla nelle acque dell'oceano, non puoi provarla nel bozzo di Anderlino! ».
5 - CONTINUA
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