Il Tirreno

«Evasione su 9 milioni» nuovo processo per Dazzi

Ancora imputato l’imprenditore dell’intricata vicenda della commessa con l’Iraq Ma il giudice si astiene per “fumus” di incompatibilità e tutto viene rimandato

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CARRARA. Evasione fiscale su un imponibile di 9 milioni di euro. È questa la nuova grana giudiziaria per Paolo Dazzi, imprenditore del marmo al centro dell’intricato affaire Iraq, una specie di intrigo internazionale legato alla realizzazione di una moschea in marmo da 50 milioni di euro a Bagdad, commissionata dall’allora rais iracheno Saddam Hussein.

Stavolta, Dazzi è accusato di avere sottratto al Fisco la circa 9 milioni di euro, somma che finì nella disponibilità dell’imprenditore alla chiusura della procedura fallimentare dell’azienda di famiglia. Dal computo di debiti e crediti risultò infatti che a Dazzi “avanzava” ancora quella bella cifra, derivata soprattutto dal fatto che alcuni importanti creditori erano stati soddisfatti in via transattiva (al di fuori della procedura) ed erano quindi usciti dal fallimento. Il tribunale versò dunque quei soldi nel conto corrente di Dazzi, come stabilisce la norma. Il problema, però, secondo l’accusa, è che l’imprenditore dimenticò di pagare le tasse su quel tesoretto. Lo accertò la Guardia di Finanza attraverso una serie di verifiche e con un verbale che poi girò all’Agenzia delle Entrate. Scattarono dunque ulteriori accertamenti, un contenzioso tributario e, infine, una denuncia penale (che scatta, come è questo il caso, quando le dimensioni dell’evasione sono particolarmente ampie). Da qui il processo davanti al tribunale di Massa, giudice monocratico Fabrizio Garofalo.

La difesa di Dazzi ha sempre sostenuto che quelle somme non fossero soggette a tassazione; la procura, ovviamente, ha sostenuto il contrario e sostenuta anche da una consulenza (di parte) ha chiesto il sequestro dei nove milioni su cui si sarebbe verificata l’evasione fiscale. Richiesta accolta dal Gip e contestata dalla difesa Dazzi che ha presentato istanza al tribunale del riesame per il dissequestro della somma. Istanza respinta.

Si è arrivati così al processo e all’udienza di ieri mattina, in cui era prevista una testimonianza importante, quella del professor Giulio Andreani, che era stato curatore del fallimento. Tutto è stato bloccato, però. Per decisione dello stesso giudice Fabrizio Garofalo, il quale ha deciso di astenersi e di rinviare gli atti al presidente del tribunale. Motivo della sua decisione? Garofalo era stato giudice del riesame: aveva cioè valutato la richiesta di dissequestro dei 9 milioni presentata dalla difesa Dazzi e, dunque, già si era espresso sulla vicenda. L’incompatibilità è in questo caso controversa (il giudice del riesame non entra nel merito della causa ma si limita a decidere sulla legittimità di una misura cautelare come è anche il sequestro preventivo), ma Sgambati ha ritenuto comunque astenersi dal processo. Sarà la presidente del tribunale Cristina Failla a stabilire se il dottor Sgambati deve proseguire le udienze o se nominare un altro giudice. Il processo, ad ogni modo, si ferma.

Vale la pena ricordare che questo ultimo processo è solo una delle questioni giudiziarie scaturite dall’affaire della moschea fantasma. Dazzi è stato condannato in primo grado a 7 anni mezzo, assieme ai suoi avvocati e alla moglie ex giudice (6 anni ciascuno) per bancarotta fraudolenta e abuso d’ ufficio in relazione alla cessione a una società inglese dei crediti vantati con l’Iraq. Mentre il tribunale civile di Massa ha imposto a Bagdad di proseguire il pagamento a favore di Dazzi di 10 milioni di penale per la moschea mai costruita.(c.f.)

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