Sicurezza
«Renzi, sono alla fame»
Cassintegrato Fermet sale su un silos per protesta: solo se il premier mi aiuta scendo
CARRARA. Invoca l’intervento di Renzi, chiede il suo aiuto. «Se no, non scendo». Alle 3 del pomeriggio Adamo Alberti, 56 anni, è sulla cima di uno dei vecchi silos dell’ex Italcementi, ora area Fermet. Alle 17 è ancora là. Alle 19,30 è ancora là. E poi dice che ci passerà la notte.
C’è salito attorno alle 11 del mattino, portando con sè una bottiglietta di acqua. Da lassù ha telefonato con il suo cellulare ai compagni di... “lavoro”, cassintegrati in deroga come lui, di Fermet Servizi, che all’improvviso non lo avevano più visto nel terreno industriale dove facevano un po’ di manutenzione: unica attività, sporadica, dopo avere accettato l’ammortizzatore sociale come ultima spiaggia. Dopo avere sperato in un pezzo di stipendio (quello della Cig) che però non è ancora arrivato da un paio di mesi, per via del’iter di legge. Gli operai, amici di Adamo, guardando in su, hanno temuto per lui quando lo hanno avvistato. Sono stati pervasi dalla paura che il suo gesto potesse sfociare da una protesta a qualcosa di peggio. Invece lui intenzioni estreme non ce l’ha, come ha confermato. «La mia è una protesta. Sto qui finché non avrò risposte concrete, da Renzi». E ogni tentativo dei compagni cassintegrati di farlo scendere, è stato da lui fermamente respinto per ore e ore, neanche voleva farli avvicinare troppo.
Ma perché? Lo racconta lui stesso al Tirreno, dal telefonino cellulare, mentre dall’alto guarda polizia, carabinieri, un gruppetto di operai come lui, sindacalisti (Alessio Castelli del direttivo Fiom Cgil ha tentato di dissuaderlo, ma invano), accorsi per convincerlo a desistere da quella forma di protesta, a lasciare quel vecchio silos grigio con la balaustra di metallo a cui ha appeso la bandiera della Fiom Cgil, unica nota di colore (rosso) fra il terreno con pezzi di archeologia industriale e il cielo picchiettato di nubi bianche.
«Non ho più soldi, – dice al telefonino – e devo pensare alla mia famiglia. Ormai viviamo con la pensione di mio suocero: è giusto che dopo 38 anni di lavoro uno debba trovarsi con un pugno di mosche in mano? Ora aspetto qualcosa di concreto, è da due anni che sto soffrendo questa situazione. Ho fatto lo sciopero della fame e sono anche finito in ospedale; sta per terminare la cassa integrazione in deroga. Che qualcuno si faccia carico di sistemare questa situazione. Io voglio parlare con Renzi... o con uno del suo staff». Poi ripete che vuole parlare con Renzi. «E’ un toscano come me...». «Non mi butto, no. Ma Protesto, e anche sze Renzi non viene di persona, basta che da lui mi arrivi una risposta, magari scritta, per risolvere questa situazione di noi lavoratori».
Adamo Alberti è determinato nella sua protesta: «Non si riesce ad avere un posto di lavoro sicuro. E con le condizioni attuali, se vado in pensione prenderei 700-800 euro al mese. Adesso in area Fermet si lavora uno, due giorni di fila e poi si sta a casa. Le nostre famiglie hanno bisogno di sostentamento, non di discorsi. Io e i miei colleghi, ci devono far lavorare, invece promesse, solo promesse, non se ne esce fuori. Mi sono già scottato con le promesse. E ora non so più che pesci prendere, ho l’affitto da pagare e sono in arretrato di 9 o 10 mesi, da due mesi non vedo un soldo, forse a luglio, ci dicono, prenderemo la cassa integrazione di novembre e dicembre scorsi». L’attuale cassa integrazione in deroga sarebbe scaduta a fine di questo mese, ma il governo ha rifinanziato altri due mesi, per cui si andrà a fine agosto. Ma cambia poco se non comincia ad arrivare moneta sonante, per mantenere le famiglie.
Le ore passano, su quel silos. Sotto il sole. Adamo Alberti alle 17 è ancora lassù. Ogni tanto i compagni di lavoro gli mandano su acqua e un po’ di viveri: lui cala una corda, loro la annodano a un secchio con i rifornimenti. E’ come se Adamo attingesse da un pozzo. Una scena strana. Tira su lentamente il secchio di plastica. «Dai, Adamo, vieni giù» gli gridano. Lui scuote la testa. «No».
Quasi alle 20, lo ricontattiamo telefonicamente: «Passo la notte quassu. La coperta ce l’ho. Domattina se mi arriva una risposta di Renzi, scendo. Se non c’è il lavoro manca tutto. Anche per andare in Regione tempo fa per la vertenza, ho dovuto farmi prestare i soldi». E’ un uomo con molta dignità. E ha l’orgoglio di chi ha lavorato una vita, con onestà e per la sua famiglia. I colleghi operai non lo lasciano solo: «Sono laggiù», dice guardandoli.
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