Il Tirreno

L’Apuana vuol far ripartire la Torrione

di David Chiappuella
L’Apuana vuol far ripartire la Torrione

La società di Ciro Gaspari ha chiesto al Comune l’autorizzazione alla coltivazione della cava

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CARRARA. Il settore marmo del Comune, con un avviso pubblico dello scorso 5 giugno, ha reso nota la richiesta di autorizzazione per la coltivazione della cava di marmo n. 55, denominata “Torrione” e situata nel bacino marmifero di Torano.

A richiedere questo permesso, lo scorso 27 maggio, è stata la “Società Apuana Marmi Srl”, presieduta da Ciro Gaspari, ex presidente della Cassa di Risparmio, ed avente per amministratore delegato Quinto Ciuffi. La ditta, che già coltiva la cava in questione, chiede tale autorizzazione per far ripartire la produzione, ferma per tutto il 2013. La richiesta è comprensiva di verifica di assoggettabilità a valutazione di impatto ambientale (Via), di autorizzazione ai fini del vincolo idrogeologico e delle necessarie autorizzazioni, nulla osta e assensi previsti dalla normativa vigente. Gaspari e Ciuffi comunicano anche che il direttore responsabile dei lavori è il perito minerario Giovanni Ferri.

La pubblicazione della loro richiesta sull’albo pretorio del Comune ha suscitato una presa di posizione di Futuro e libertà, che, con un comunicato firmato dal suo coordinatore cittadino Nicola Franzoni, diffida pubblicamente il municipio dal fornire tale autorizzazione senza rilasciare la necessaria concessione, “strumento giudiziario che legittima e tutela preminentemente la proprietà pubblica” e che “non è un contratto paritetico tra le parti”. In proposito, Fli ricorda che l’annoso problema della mancanza di concessioni alle cave carraresi è stato denunciato nel 2012 dall’allora suo deputato Enzo Raisi, tramite un esposto alla Procura della Repubblica di Massa, la stessa che ora “ha comunicato diversi avvisi di garanzia anche ad amministratori pubblici”, contestando loro la violazione di 4 leggi specifiche. Secondo la Procura, i 15 indagati avrebbero violato il Regio decreto n. 1443 del 1927 (Legge Mineraria), in merito alla coltivazione solo su concessione comunale, che deve essere temporanea ed onerosa; la legge n. 724 del 1994, secondo la quale i canoni annui di concessione per i beni indisponibili dei comuni devono essere determinati da questi ultimi, in rapporto alle caratteristiche dei beni, ad un valore non inferiore a quello di mercato; la legge regionale n. 104 del 1995 che, confermata dalla sentenza n. 488/95 della Corte Costituzionale, ha affermato che i comuni di Carrara e Massa sono tenuti ad uniformarsi al principio di onerosità e proporzionalità al valore di mercato dei canoni di concessione; e infine la legge regionale n. 78 del 1998, che istituisce il contributo regionale per la coltivazione delle cave, stabilendo che esso deve essere proporzionato al valore di mercato dei beni estratti. «Se il Comune consentirà di coltivare la cava n. 55 senza rilasciare la concessione, -ammonisce Franzoni- si ripeterebbe l’illegalità evidenziata dall’indagine della magistratura».

Nel mirino di Fli finisce anche il periodo di inattività di questa cava. «Sappiamo per certo che, almeno per tutto lo scorso anno, la cava del Torrione non ha prodotto nulla -puntualizza Franzoni- e che adesso è stato richiesto il permesso per tornare a lavorarla. Il problema, però, è che esiste una normativa, risalente addirittura al 1846 e recepita anche dal vigente regolamento degli agri marmiferi, secondo la quale, quando le cave non vengono lavorate per due anni, o non pagano il canone, il Comune deve procedere alla loro caducazione. Se questo non avviene, oltre al danno erariale e all’omissione d’atti d’ufficio, si configura anche un possibile abuso d’atti d’ufficio».

Ma il dirigente al marmo Marco Tonelli è di tutt’altro parere. «Quella che ci è stata richiesta -ha detto- è una normale autorizzazione all’attività estrattiva, la cui procedura di rilascio non ha niente a che vedere con l’indagine della magistratura, incentrata sul presunto danno economico alle casse comunali a vantaggio degli imprenditori del lapideo. La Procura, in sostanza, ci contesta delle tariffe troppo basse in relazione alla tassa marmi, ma non la legittimità delle autorizzazioni rilasciate per consentire la lavorazione delle cave».

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