Il dolore
Giocava col marmo, ora lo restaura
Paola Lorenzi: la passione per l’arte nata dalla conoscenza della pietra di Carrara
CARRARA. «Mio padre aveva una cava, da bambina giocavo con i blocchetti di marmo, con la marmettola fangosa». Nel sangue la passione per la pietra delle Apuane; così dopo il liceo scientifico seguì il suo istinto, la passione per l’arte. Una laurea a Siena in Scienze dei beni culturali e una specializzazione in restauro a Firenze.
Paola Lorenzi, 47 anni, abita a Carrara e fa la pendolare fra qui e Firenze dove dal 2002 lavora all’Opificio delle pietre dure. «Precedentemente sono stata soprintendente ai beni archelogoci di Milano».
Oggi sarà a Roma nella sala conferenze dei Musei Vaticani, dove, con l'intervento del direttore, Antonio Paolucci, verrà presentato il volume relativo al restauro di un'opera di Michelangelo, il San Giovannino di Ubeda, capolavoro della scultura fiorentina del XV secolo. Quell’opera ha subito un lungo restauro, al quale hanno lavorato Paola Lorenzi e la collega Franca Sorella. «In pratica quel restauro partì dal 1994 – racconta la carrarese – e con difficoltà. Perché l’opera era ridotta in 14 frammenti dagli anni Trenta. Con l’aiuto di foto d’epoca, elementi di riferimento, e poi le nuove tecnologie è stata riprodotta». Il convegno e la pubblicazione " Il San Giovannino di Ubeda restituito " sono a cura del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, dell' Opificio delle Pietre Dure e Laboratori di Restauro di Firenze, e della Fundacion Casa Ducal de Medinaceli, antica collezione cinquecentesca ed ad oggi fondazione. Il fanciullo in marmo era collocato sull'altare della cappella funeraria di Francisco di Los Cobos de El Salvador nella cittadina di Ubeda, in Andalusia. Durante la guerra civile di Spagna del '36-'39, l’opera fu semidistrutta a causa di un'esplosione.
Passa molto tempo: quei frammenti di marmo nel 1994, vengono consegnati all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. E qui comincia la rinascita dell’opera. Ci furono lunghi studi, arricchiti dalle nuove tecnologie e dalla collaborazione fra esperti a livello internazionale, fra storici dell'arte, conservatori e restauratori, e con l’impegno del Soprintendente dell'OPD dottor Marco Ciatti e della direttrice del Settore Materiali Lapidei dottoressa Maria Cristina Improta è stato raggiunto il risultato che oggi viene illustrato a Roma: riassemblaggio, restauro, posizionamento, fissaggio al fine di ridare un'immagine tridimensionale a quella scultura.
Partendo da un modello tridimensionale virtuale fornito dalla Unocad, le due restauratrici, Paola Lorenzi e Franca Sorella, nel pieno rispetto della Carta del Restauro del 1972, hanno ottenuto il risultato.
«Io ci ho lavorato dal 2008-2009 e le nuove tecnologie sono state utilizzate dal 2010 – dice Paola Lorenzi – L’opera venne mostrata in un convegno lo scorso anno in giugno, poi andò al museo di Venezia dove è rimasta fino all’aprile di quest’anno. Quindi è stata riportata in Spagna». La statua è tornata al luogo di origine, ma questa volta interamente risanata.
Paola Lorenzi oltre che restauratrice interna del Reparto Lapidei dell'OPD, è anche docente del corso di restauro materiali lapidei della Scuola di Alta Formazione dell'Opificio stesso. Non lavora solo al chiuso dei laboratori, ma come ogni restauratore che si rispetti, opera anche in esterni: è quasi terminato, dice, un restauro alle facciate della basilica di San Petronio a Bologna, ci stiamo lavorando dal 2011.Ha un fratello maggiore e una sorella gemella che è nel ramo informatico. Lei, Paola, ama l’arte: «Probabilmente sì, essere di Carrara mi ha fatot crescere questa passione e la conoscenza consapevole di cosa è la pietra».
Cinzia Carpita
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
