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«Cave, regole inapplicate» Si apre il caso concessioni

MASSA. Mentre la Procura indaga sulla Tassa marmi a Carrara, si apre qui a Massa un altro duplice fronte “caldo” legato al mondo del marmo. Quello della caducazione – tradotto: decadenza della...

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MASSA. Mentre la Procura indaga sulla Tassa marmi a Carrara, si apre qui a Massa un altro duplice fronte “caldo” legato al mondo del marmo. Quello della caducazione – tradotto: decadenza della concessione – delle cave inattive; e della definizione dei canoni di concessione.

Gli agri marmiferi sono beni comunali e non demanio collettivo, il cui sfruttamento è disciplinato da un Regio decreto del 1927, dalla legge regionale del 1995 “Disciplina degli agri marmiferi dei Comuni di Massa e Carrara” e da una più recente legge regionale del 1998 (piano regionale delle attività estrattive). Oltre che dalle norme Ue e da che vietano operazioni ed atti che ostacolino la libera concorrenza e favoriscano rendite di posizione.

Ebbene, secondo Stefano Benedetti, consigliere di Forza Italia, i principi che ispirano queste norme non vengono rispettati. «La regola generale – dice Benedetti in un articolato e informatissimo intervento – è quella della fruttuosità dei beni a mezzo gara e non con il metodo della trattativa privata, allo scopo di individuare il contraente più idoneo al perseguimento dell'interesse pubblico, tenendo conto anche della potenziale redditività della concessione, così da poter valutare più offerte in concorrenza, operazione che consentirebbe spuntare un canone che rispecchi meglio il valore di mercato del bene offerto sempre in funzione del perseguimento dell’interesse pubblico». Ma il Comune di Massa, sostiene ancora il consigliere, «ad oggi, non ha ancora provveduto ad adeguarsi a queste regole, e neanche ad adottare un Regolamento in materia». Con la conseguenza che non si è «preoccupato di accertare il prezzo di mercato dei canoni di concessione nè di aggiornarli al valore di mercato».

Per quanto riguarda le caducazioni di cava, la normativa risale addirittura al 1846 e dice in sostanza che quando le cave non vengono lavorate per due anni, o non pagano il canone, il Comune procede ala revoca della concessione. Cosa che il Comune finora non ha fatto, accusa Benedetti, provocando «oltre al danno erariale e all'omissione d'atti d'ufficio, un possibile abuso d'atti d'ufficio».

L’esponente dell’opposizione ha presentato un’interpellanza su canoni e caducazione, chiedendo al sindaco di intervenire «per avviare la procedura di caducazione, riconducendo le cave alla piena proprietà pubblica». E chiede se «non ritiene opportuno procedere subito all' adeguamento dei canoni, indipendentemente dalla stesura e approvazione del nuovo Regolamento degli agri marmiferi».

Una prima risposta dell’amministrazione arriva dal vicesindaco e assessore (con delega anche alle attività marmifere) Uilian Berti. «Gli uffici del settore stanno predisponendo le procedure per la caducazione delle concessioni inattive, a norma di legge. Non c’è un obbligo automatico, la materia è complessa, stiamo adeguandoci a quanto prescrivono le leggi in materia», dice l’assessore.

La questione è perlomeno delicata: si intreccia alla questione delle attività di cave all’interno del Parco delle Apuane ma anche alla questione che da anni accende gli animi della vicina Carrara, quella dei benefici che la collettività ottiene dallo sfruttamento dei bacini del marmo delle Apuane.(c.f.)

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