Il Tirreno

«Vi racconto cosa vuol dire la guerra»

di Alessio Profetti
«Vi racconto cosa vuol dire la guerra»

Giuseppe Tazzini aveva 16 anni quando i tedeschi lo deportarono in un campo di lavoro: pensavo fosse meglio morire

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MASSA. Ci sono storie che nascono da altre storie. Racconti di vite che cominciano da racconti di morte, che dalle macerie e dalla distruzione hanno la forza di andare avanti e di proseguire. Storie che apparentemente non hanno una logica, perché illogica è la causa che le ha fatte nascere: illogica è la guerra. È questa la storia di Ugo Giuseppe Tazzini, la storia di un ragazzo di sedici anni che il 13 giugno del 1944 si trova Forno con i fratelli e i genitori perchè sfollati dalla città: da questo luogo, da questa data comincia un racconto. «Quella mattina sentii alcuni spari - racconta Ugo Giuseppe Tazzini, deportato civile nel 1944 al campo di lavoro di Norimberga e insignito ieri con la medaglia d’onore- poco dopo ci fecero uscire nella piazza di Forno e alcuni soldati cominciarono a fare una selezione, i giovani da una parte e gli anziani, le donne e i bambini al di là del Frigido. Dopo averci interrogato iniziarono a prendere alcuni di noi e li portarono dietro ad una curva, si sentivano spari ma non potevamo vedere, sapevamo solo che ci sceglievano a caso. Vedevamo i ragazzi scendere senza risalire».

Presto arriva gelida la paura: «Un soldato della Decima Mas ci disse: “Trenta li abbiamo già uccisi ora tocca a voi”, io pensavo che ci avrebbero ammazzati tutti, ma alla fine mi sono salvato. Quando ci fecero scendere fino a Massa, solo allora vedemmo i corpi dei ragazzi uccisi, gettati lungo l’argine del fiume, martoriati dalle raffiche dei mitra». Ugo si salva, ma inizia la seconda parte del racconto: il viaggio verso la Germania. «Dissero che ci avrebbero portato nei campi educatori della Germania, in quel momento pensai che forse sarebbe stato meglio morire ammazzato, almeno i miei genitori avrebbero avuto il mio corpo. Partimmo e, dopo varie soste, arrivammo a piedi fino a Genova. Non potevamo scappare, venivamo contati ad ogni uscita di galleria e per ognuno che scappava dieci di noi venivano ammazzati. Mi ricordo che durante il tragitto ad un ragazzo i soldati scoprirono una pistola in un calzino, appena arrivati a Chiavari venne ucciso in piazza. Da lì facemmo l’ultima sosta a Sesto San Giovanni e poi arrivammo a Norimberga.» Per più di un anno la vita di Ugo trascorre in una fabbrica, il suo compito è azionare una macchina per produrre tondini di ferro, una mansione che inizia alle sei di mattina per finire alla sei di sera. Poi arriva il bombardamento, l’ultimo, quello che distrugge la fabbrica: «Dopo quell’attacco eravamo alla sbaraglio. La mattina dopo uscimmo dal rifugio e trovammo tutti rottami di ferro sparsi per la vallata, le strade erano macerie. Mentre camminavamo, ci sembrò di vedere alcuni pupazzi in lontananza (qui la voce di Ugo si abbassa ed è più incerta) erano corpi umani, corpi completamente bruciati dal calore delle bombe, sagome senza vita con i capelli ancora attaccati, buttati là, uno sopra l’altro». Da questo momento in poi comincia l’ultima parte del racconto, la storia di un viaggio di speranza che termina là dove tutto è cominciato: «Dopo essere stato a Bamberg, grazie agli americani, ottenni un riparo, del cibo e vestiti e da quel momento cercai la strada verso casa. Quando arrivai a Massa mi riconobbe quasi subito una donna che conosceva mia madre e mi domandò se avevo avvertito mia mamma, ma dissi che ero appena arrivato. Mi ricordo che non passò molto tempo, poco dopo, mentre camminavo, sentii urlare da lontano, era una donna in bicicletta, piangeva e pedalava senza fermarsi finché non mi raggiunse, era mia madre. Tutti mi vennero a trovare, rividi i miei fratelli e finalmente mi poterono conoscere, quando mi portarono via da Forno erano troppo piccoli per ricordarsi di me». Oggi Ugo ha ottantasei anni, tornato dalla Germania, ha finalmente riavuto la sua vita, una vita normale, una famiglia, un lavoro. E una storia da raccontare, storia di memoria, di guerra e di rinascita.

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