La manifestazione
«Ho rubato di tutto, ma ora non ho nulla»
Franco racconta la vita da malvivente: dal finto Soldati, al diamante lasciato alla cliente del ristorante assaltato
MASSA. Ha più di sessantanni, ormai. E per vivere dà una mano a una vecchia amica che non è più autosufficiente e per sbrigare le faccende di casa ha bisogno di un badante. Ma sotto quella cascata di riccioli ormai bianchi gli occhi di Franco F. (non vuole rivelare la sua identità sui giornali perché ha denunciato parecchie persone in procura) fanno capire che ne hanno viste di cotte e di crude. Lui è un ladro gentiluomo, un rapinatore cortese. Uno che durante l’assalto a un ristorante, vedendo una donna che nascondeva il suo diamante nel bicchiere colmo di vino si è avvicinato alla signora e le ha detto di stare tranquilla («non posso privarla di questo gioiello, stia tranquilla»). E prima di andare via le ha pure baciato la mano.
Del resto è diventato famoso per quel colpo alle Poste di via Dante che a lui e ai suoi complici aveva fruttato la bellezza di un miliardo di lire. Un pensionato nel trambusto aveva perso il portafoglio, Franco lo aveva trovato e restituito al legittimo proprietario: «È roba sua, io rubo soltanto ai ricchi». Per quel colpo era stato condannato in primo grado a un anno e mezzo, ma in appello il giudice si è accorto che il reato era già stato prescritto da un pezzo. «Di quei soldi non mi è rimasto nulla - ride -, ma ho fatto la bella vita. Macchine potenti, ristoranti raffinati e alberghi a cinque stelle. Impossibile mettere da parte qualcosa. Non mi sono pentito di nulla, però. E rifarei tutto quello che ho fatto, anche denunciare chi è stato con me in quegli anni e adesso fa finta di essere una persona onesta».
La sua banda - perché i colpi era lui a inventarli - si muoveva in Mini Minor, ma la vera specialità era un’altra: «Gli alberghi e i ristoranti della Versilia li abbiamo ripuliti tutti perché arrivavamo dal mare in motoscafo e soprattutto perché avevamo le soffiate giuste sui movimenti delle forze dell’ordine. Eravamo inafferabili. Quasi sempre, perché un po’ di galera me la sono fatta, ma come si dice: sono gli incerti del mestiere».
Uno degli incerti del mestiere lo hanno toccato con mano nella villa versiliese di Mario Soldati. Hanno legato un uomo a una sedia e gli hanno chiesto di rivelargli la combinazione della cassaforte. Credevano fosse lui lo scrittore, ma invece era un amico che gli somigliava. «Quando mi ha detto che non era lui Soldati - racconta Franco, ancora divertito - non gli ho creduto, ha dovuto mostrarmi i documenti per convincermi». E quando l’errore è stato chiaro, il rapinatore non si è perso d’animo: «Prima l’ho slegato, poi gli ho chiesto scusa e infine gli ho detto di dire a Soldati che ci saremmo rifatti vivi al più presto».
Adesso, a quasi settant’anni, Franco non fa più la bella vita e si alza tutte le mattine alle sette, più o meno quando andava a letto da giovane. «Mi sono divertito, adesso non è più il momento. Sto bene, anche se era bello viaggiare su quelle auto da miliardari». Ma nelle sue parole non c’è rammarico. Ed è un bene.
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