Sicurezza
Gli operai: non sapete cosa stiamo provando
Il primo giorno di sciopero della fame in fabbrica: materassi di cartone e lacrime pensando alle famiglie che non sanno più come mantenere
CARRARA. Le prime 24 ore senza mangiare, una notte quasi insonne, sulle brandine con i materassi di cartone. Lo sciopero della fame è appena cominciato per 5 lavoratori della Fermet Servizi, davanti a un “buco nero”: il loro futuro occupazionale. Gli occhi lucidi quando pensano alle proprie famiglie a casa, mentre loro sono nello stabilimento, in assemblea permanente. E quella sala, che in passato ha visto gli operai Italcementi fare le loro battaglie sindacali, oggi è divenuta il luogo di lotta per gli ultimi occupati di uno stabilimento dalla lunga storia, sull’Aurelia, che era risorto a nuova vita grazie alla Fermet, e oggi silenzioso. Fermo. In una stanzetta adiacente alla sala riunioni, brandine, un tavolo e qualche sedia. Fra quelle 4 pareti, tanta amgoscia. La busta paga media di circa 1.400 euro, dal prossimo mese non arriverà più, «salvo miracoli», dicono Giovanni Oros, 42 anni, residente a Carrara e da tre alla Fermet; Pierluigi Gianiacopi, 58 anni, di Massa, da 41 anni nell’azienda; Renzo Puntelli, 54 anni, di Carrara, da 4 anni al lavoro nell’azienda come Adamo Alberti, di 56 anni, di Carrara. E fra i lavoratori in trincea c’è anche Cristina Taddei.
«E’ trascorsa una notte – dice Renzo Puntelli – con il pensiero alle nostre famiglie. Le chiamiamo per telefono. Si dorme alla meglio sui materassi di cartone. Il sindacato Fiom ci ha detto che ci farà avere materassini. Ci manderanno anche un’ambulanza per controllare come stiamo: perché non accettiamo cibo. Questa protesta è per avere risposte, o brutte o belle. Ma ce le diano». L’incubo è quello di non avere più soldi per andare avanti, perché anche una cassa integrazione in deroga da aprile, non vuol dire avere la contribuzione subito. «Ci vorrà qualche mese, e noi come campiamo? La copertura pare che arriverà fino a giugno, se non saranno stanziati nuovi fondi».
«Sì, si può sempre sperare in un miracolo italiano. Lo sblocco della situazione e l’arrivo di nuove commesse di lavoro. Chiediamo alla politica, alle istituzioni, di fare qualcosa per aiutarci. Aspettiamo risposte dall’azienda». Oros è meccanico, da tre anni lavora alla Fermet per fare la manutenzione ai mezzi interni e ai camion. «Quando sono venuto a lavorare qui, c’era una ben diversa situazione».
Alberti e Puntelli sono operai ex Italcementi: quindi hanno già vissuto l’esperienza delle vertenze e la paura di restare disoccupati. «Da 35 anni siamo in questo sito – dice Puntelli – c’è anche un qualcosa di affettivo che ci lega a quest’area». E quando Alberti prova a spiegare come si sente a essere lì a fare lo sciopero della fame, (e non lo avrebbe mai immaginato) mentre la sua famiglia lo aspetta a casa, gli occhi gli si inumidiscono di lacrime: questi lavoratori di Fermet Servizi hanno vissuto un periodo di cassa integrazione ordinaria dal 2012 per 52 settimane, poi a novembre e dicembre c’è stata la Cig in deroga, e poi nuovo lavoro fra gennaio, febbraio e marzo. «Oggi non ci risultano nuove commesse». Salti mortali per far quadrare i bilanci familiari. «Sono in arretrato di sei mesi sull’affitto – dice Alberti – e con la cassa integrazione, o si mangia o si paga l’affitto. Non posso dare a mia figlia neppure 20 euro, perchè con venti euro ci si tira avanti per due giorni».
«Sappiamo fare di tutto, l’idraulico, il muratore.... – dicono – In Italia manca il lavoro, la politica ci deve aiutare, dare risposte. Ci aspettiamo che si mettano una mano sul cuore».
Gianiacopi è alla Fermet da una vita: «Da 41 anni e mezzo. Sono arrabbiato. Avrei dovuto andare in pensione nel 2010, poi è cambiata la legge che ha allungato i tempi: ora mi manca un anno e mezzo per la pensione e sono in questa situazione. E mia moglie è precaria».
«Come faremo a vivere da ora in poi? Dando fondo ai nostri risparmi? Dobbiamo mangiare, pagare bollette e tasse. Cosa deve fare un babbo di famiglia? Continueremo lo sciopero della fame – dice Renzo Puntelli – finché non avremo risposte, speriamo positive per noi, cioè la continuazione del lavoro. Ma ad oggi, la nostra situazione la si può riassumere in una parola: risperazione». E Alberti aggiunge con un messaggio a imprenditoria, politica, istituzioni: «Vorremmo che mai nessuno provasse quello che stiamo provando noi ora. Purtroppo in Italia va così. Quando ebbi il lavoro in questa azienda, pensavo che sarei arrivato tranquillamente alla pensione. Ora non vorrei che il sipario calasse male. Mettetevi nei nostri panni».
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