Il Tirreno

Massa non è una città per disabili

di Melania Carnevali
Massa non è una città per disabili

Il consiglio comunale prova a cambiare rotta: un piano per le barriere negli edifici pubblici

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MASSA. Quando alcuni piani del Municipio non sono accessibili ai disabili, quando solo il 12% dei negozi del centro storico hanno le pedane per i deambulanti e quando molti palazzi hanno ancora porte più strette di 1,2 metri – ossia la larghezza di una carrozzina- vuol dire che la città in questione non è a misura di disabile.

Questa è Massa, una città che necessita, in primo luogo, di una rivoluzione culturale che porti al definitivo abbattimento delle barriere architettoniche. Ed è su quest'onda che cammina la mozione presentata dai due consiglieri comunali, Matteo Paci del Movimento 5 Stelle e Daniele Carmassi della lista civica “Per Massa Volpi Sindaco”, approvato all'unanimità il 19 febbraio scorso e presentata ieri mattina in conferenza stampa nell'aula dei capigruppo.

Presenti, data l'importanza dell'argomento, anche alcuni capigruppo e il presidente del consiglio comunale, Domenico Ceccotti, che ha aperto la conferenza commentando: «Mi sono sempre scandalizzato nel vedere i bagni pubblici divisi per: bagno per uomini, bagno per donne e bagno per disabili, come se i disabili fossero un sesso a parte. Tutti i luoghi devono essere accessibili a tutti».

La mozione segue la strada tracciata da un vecchio ordine del giorno approvato nella precedente giunta Pucci, con delibera del consiglio comunale n.68/2012, in cui si dava indirizzo alla giunta di creare all'interno dell'amministrazione comunale un ufficio Aba (Abbattimento barriere architettoniche). Adesso l'indirizzo politico diventa un vero e proprio progetto da realizzare.

L'obiettivo – che viene chiesto al sindaco di perseguire - è quello di intercettare fondi dalla Regione per la realizzazione del suddetto ufficio affiancato da un Peba, ossia da un piano per l'eliminazione della barriere architettoniche.

Eliminarle, come è stato ricordato ieri in conferenza stampa, non è così semplice e immediato: c'è bisogno di una pianificazione organica che parta dal regolamento edilizio, passi da quello urbanistico e arrivi alla formazione dei tecnici. In città, infatti, le barriere architettoniche sono molte. Ci sono ancora marciapiedi con gradini - piuttosto che a scivolo - negozi ed edifici privati senza ascensore -o elevatore - porte di ascensori troppo strette. E ancora: attività commerciali senza pedane e, addirittura, uffici pubblici con zone non accessibili ai disabili.

Lo stesso Comune non è del tutto a norma: l'ultimo piano, ad esempio, quello del settore ambiente e protezione civile, non è accessibile ai portatori di handicap. I consiglieri chiedono, quindi, oltre all'ufficio Aba e al Peba, un cronoprogramma per la messa in regola e per l'accessibilità degli uffici pubblici e un regolamento edilizio sulla falsariga di quello milanese, che autorizzi l'apertura o costruzione di attività pubbliche e private solo in caso vengano rispettate tutte le norme di accessibilità.

«Molti negozi non hanno la pedana – spiega Carmassi – perché in certi casi dovrebbero pagare il suolo pubblico: questo non può essere più accettabile».

Chiedono anche che l'amministrazione apra un tavolo con le aziende di trasporto pubblico. «Non solo molte aree di fermata non sono a norma – chiarisce il consigliere – ma c'è bisogno anche di formare il personale, perché spesso capita che non sappiano usare gli attrezzi per il trasporto dei portatori di handicap».Insomma, la città ha bisogno di interventi massicci ma anche, o soprattutto, di cambiare mentalità: capire cioè che non potersi muovere soli – senza quindi l'ausilio di qualcuno - per le strade è un'altra forma di prigionia.

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