Il dolore
Miasmi e liquidi emergono nell’area Farmoplant
Sono saltate le recinzioni precarie in una parte del terreno delle ex Resine e la copertura in cemento di una grossa buca ora un lago nero maleodorante
MASSA. La "Relazione tecnica sullo stato dei procedimenti e dei livelli di contaminazione del Sin di Massa-Carrara", redatta dall'Arpat lo scorso aprile ed allegata alla delibera di giunta con cui la Regione ha richiesto ed ottenuto dal ministero dell'ambiente il passaggio alla gestione regionale di gran parte del Sin apuano, individuava come "importanti attività produttive con forte impatto ambientale" le zone Syndial (ex Rumianca), ex Italiana Coke e Fibronit a Carrara e quelle discarica inceneritore Cermec, discarica Buca degli Sforza, Bario-Solvay ed ex Resine della Farmoplant a Massa.
Per quest'ultimo sito, come del resto anche per la restante area un tempo occupata dalla fabbrica, risulta già certificata la bonifica, con decreto regionale n. 3875 del 1995. La stessa Arpat, però, avverte che quando si sono effettuati scavi nei terreni che sulla carta risultavano già disinquinati (ex Dalmine, ex Farmoplant, ex Italiana Coke) sono stati rinvenuti materiali contaminati, riconducibili a vecchie lavorazioni eseguite in stabilimenti dismessi della zona industriale, costringendo ad intraprendere ulteriori procedimenti di bonifica. Attualmente una parte del sito ex Resine, in modo assai posticcio, risulta interdetto al pubblico passaggio, mediante nastri di nylon, ormai strappati o caduti al suolo. In questa porzione di terreno c'è una grossa buca, un tempo sigillata con cemento armato, ma oggi aperta, al cui interno si vede una sostanza nera, simile alla pece. In prossimità della buca, inoltre, ci sono dei cumuli di terra ed uno stagno formato dalle acque piovane, in cui possono abbeverarsi uccelli ed altri animali. Avvicinandosi si avvertono quasi subito forti bruciori agi occhi e alla gola. Il sospetto di qualcuno è che dentro questa buca siano stati interrati materiali contaminati, derivanti dagli scarti di lavorazioni eseguite alla Farmoplant e rinvenuti durante i lavori per la reindustrializzazione della zona. Del resto, una testimonianza rilasciata dal titolare di un'azienda che si occupava dell'eliminazione di rifiuti industriali all'epoca in cui era attivo il polo chimico, pubblicata per la prima volta il 25 marzo 1989 dall'Assemblea permanente e dal Comitato dei cittadini davanti alla Farmoplant, pare confermare i sospetti più gravi sulle attività svolte nell'area al tempo della Montedison. Vi sarebbero state infatti occultate scorie provenienti dalle vasche di decantazione del depuratore dello stabilimento. Materiali, che, a partire dal 1976, sarebbero stati sversati in buche scavate all'interno dell'attuale area ex Resine. «Si tratta di inquinanti di vario tipo -ricordava il testimone- c'è anche qualche botte di scarico di Rogor, insieme a ceneri provenienti direttamente dall'inceneritore. In seguito costruirono una vasca e cominciarono a metterli lì, ma prima venivano mescolati con altre sostanze, più o meno velenose». L'imprenditore, oggi deceduto, sosteneva poi che i fanghi del depuratore perdevano liquidi, che, colando nel terreno, contaminavano anche le acque della falda sottostante all'odierna zona ex Resine. Comunque siano andate le cose, è certo che nella area ex Farmoplant l'inquinamento resta di un livello tale che la sua bonifica compete tuttora al ministero dell'ambiente, insieme a quelle dei siti Bario-Solvay, ex Rumianca e lotto 9 ex Ferroleghe.
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