Il Tirreno

Morì per l’influenza Una nuova indagine

La procura consegna il fascicolo alla famiglia Del Monte Presto verrà chiesto un parere a un altro specialista

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MASSA. La morte di una bambina di appena dodici anni non può restare avvolta nel mistero. Così la procura ha deciso di approfondire l’inchiesta sulla scomparsa di Irene Del Monte, la studentessa che ha perso la vita dopo quattro giorni di febbre alta. Sia l’autopsia del medico legale Maurizio Ratti, sia la perizia del pneumologo Venerino Poletti nominato dal tribunale, pur arrivando a conclusioni diverse, hanno detto che era un evento inevitabile. Non è così per la famiglia, rappresentata dall’avvocato Francesco Persiani, che ha parlato con il sostituto procuratore Rossella Soffio. Il pm ha condiviso la posizione dei genitori e ha messo a disposizione tutto il materiale raccolto nell’indagine condotta dalla squadra mobile - indagati il pediatra che non era andato in casa a visitarla e due dottori del pronto soccorso - e dai due medici che hanno svolto l’autopsia e gli esami di laboratorio. Così sarà un terzo esperto, nominato stavolta dai Del Monte, a cercare di chiarire una volta per tutte cosa ha ucciso Irene.

Una vicenda drammatica. La dodicenne si era sentita male a inizio febbraio dell’anno scorso: tornando da scuola aveva detto alla madre di avere freddo. La donna le aveva messo la mano sulla fronte e aveva scoperto che scottava. Le aveva misurato la febbre e l’aveva spedita a letto, chiamando il pediatra. Il dottore aveva detto che era influenza e che se avesse trovato il tempo sarebbe andato a visitarla. Ma di tenerlo aggiornato. Invece la situazione era andata progressivamente peggiorando: la bimba aveva smesso di mangiare il venerdì e la domenica mattina era praticamente entrata in coma. A nulla era valsa la corsa all’ospedale.

In quei giorni si erano scatenate delle aspre polemiche, dopo che i pediatri avevano ammesso che in periodo di picchi influenzali per loro era impossibile andare a domicilio tutte le volte che venivano contattati. E che per il bene dei loro pazienti era meglio se i genitori li portavano in ambulatorio. «Dove tra l’altro abbiamo tutta l’attrezzatura per poter fare anche dei mini esami di laboratorio». Mamme e papà però avevano contestato ai medici che con quaranta di febbre «era da incoscienti fare uscire di casa un paziente».

La procura per fare chiarezza aveva indagato sia il pediatra sia i medici che avevano tentato di salvarle la vita all’ospedale dopo il ricovero d’urgenza. La speranza era che il pneumologo incaricato dal tribunale per la perizia potesse risolvere il caso, ma non è stato così: ha sì diagnosticato una miocardite, ma ha anche detto che dai campioni del cuore ottenuti in laboratorio durante l’autopsia non era possibile verificarla. Aveva aggiunto però che l’evento era inevitabile, quindi i medici non aveva alcuna responsabilità. Non ha convinto né la famiglia Del Monte né il sostituto procuratore Soffio, però. Da qui la decisione di affidare il fascicolo all’avvocato Persiani. Sarà lui a fare i prossimi passi. Ma di fatto l’inchiesta che sembrava chiusa invece è aperta.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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