Il dolore
I No Cave a Campocecina: protesta sotto la tormenta
Raduno in quota con fumogeni, bandiere e la maxi scritta “Salviamo le Apuane” Gli ambientalisti: una legge che vieti tutte le estrazioni “come il divieto di fumo”
MASSA CARRARA. No alle cave nel parco. Anzi: no a tutte le cave. L’ala più radicale dell’arcipelago ambientalista che si batte in difesa delle Apuane scende in piazza, o meglio sale in vetta. Sale a Campocecina, 1.200 metri sul livello del mare, in una mattinata di quelle che invitavano a stare sotto le coperte, per dare vita a una singolare manifestazione (singolare, se non altro, perchè ieri Campocecina, tra la nebbia, la neve e la strada difficile era uno dei posti più inaccessibili e invisibili della provincia). Sfidando il maltempo, un centinaio di ambientalisti - all’iniziativa hanno aderito Amici delle Alpi Apuane, Salviamo le Alpi Apuane, No! al traforo della Tambura, Ferma la distruzione delle Alpi Apuane, Salviamo le Apuane, gruppo Indipiendentes Apuanos, Amici della Terra Versilia, Wwf Lucca – si è ritrovato al rifugio del Cai in tarda mattinata. Molti dei protestatari-escursionisti sono arrivati da fuori provincia; con loro alcuni attivisti del movimento No Tav.
Dal rifugio il corteo di manifestanti – tutti in perfetta tenuta da montagna – si è avviato sotto una vera e propria tormenta di neve – verso i campi di Campocecina. Qui il tempo è, a sprazzi, un po’ migliorato, ma non a sufficienza da consentire di vedere i fumogeni dal piano. Poco male: gli ambientalisti hanno strotolato le loro bandiere, acceso i fumogeni e composto, con grosse lettere che si erano portati, la scritta “Salviamo le Apuane”. Rosalba Lepore, coordinatrice dei comitati in difesa della montagna, ha riassunto i temi della mobilitazione e le ragioni del movimento che si batte non solo per il blocco totale di ogni attività di estrazione all’interno dei confini del Parco delle Apuane, ma per un’opzione ancora più radicale. Che è quella della chiusura di tutte le cave di marmo delle Apuane, con la conseguente “riconversione” dell’economia legata al lapideo. «È arrivato il momento – si legge in un documento diffuso dal coordinamento No cave – di prendere atto che i palliativi non servono. Occorre imporre il divieto (di estrarre marmo ndr.) per legge, proprio come per il fumo: in prima battuta si è imposto per legge il divieto di fumare, e solo da quel momento in avanti si è sviluppato il commercio della sigaretta elettronica. Non si poteva sviluppare il commercio alternativo al fumo finché vigeva il permesso di fumare negli spazi pubblici. Allo stesso modo: non si può sviluppare un'economia alternativa a quella estrattiva finché la montagna è ostaggio delle cave e degli svantaggi che comportano». I No Cave propongono dunque un “new deal “verde “per bonificare il territorio” e fare crescere un’economia alternativa a quella del marmo che troppi danni produce è già ha prodotto sull’ecosistema unico e prezioso delle Alpi Apuane.
Dopo film e foto di rito (che già riempiono i social network ambientalisti), il raduno si è sciolto. I manifestanti hanno fatto ritorno al rifugio per un indispensabile sosta riscaldatrice e poi sono scesi a valle.
L’iniziativa di ieri si colloca all’interno di un dibattito che si fa sempre più acceso, innescato dal varo del Piano paesaggistico della Regione che prevede, tra l’altro una “progressiva riduzione delle attività estrattive all’interno del perimetro del Parco delle Apuane a favore di funzioni coerenti con i valori e le potenzialità del sistema territoriale interessato “il recupero paesaggistico delle cave dismesse, escludendo l'apertura di nuovi siti estrattivi e ampliamenti di quelli esistenti nelle aree ove le attività di coltivazione e quelle ad esse collegate possono compromettere la conservazione e la percezione dei siti”.
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