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L’odissea di Olga e del suo bambino

L’ucraina fu sepolta dopo 14 mesi passati in una cella frigorifera

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CARRARA. La salma di Olga Kogut, la 31enne morta di stenti il 26 febbraio del 2012, ha lasciato la cella dell’obitorio dell’ospedale di Carrara nel luglio scorso, dopo 14 mesi. C’è voluto così tanto affinchè la donna avesse una degna sepoltura.

Per lei una seconda tumulazione, la prima nel febbraio di un anno fa, tre giorni dopo la morte, l’altra a inizio luglio senza parenti e senza amici.

Ci sono voluti mesi, oltre un anno prima che potesse tornare al suo paese, a Kiev, dove la madre l’aspetta per il funerale, quello vero, con i fiori e i nastri bianchi, perché in Ucraina si usa così. Ma, intanto, da luglio il corpo senza vita di Olga, e del bambino che portava in grembo da sette mesi, l’ha trovata. Nel frattempo, proprio nei mesi scorsi si è aperto il processo a carico del compagno di Olga, sotto accusa per aborto colposo. Il processo è stato avviato dal giudice Cosimo Maria Ferri a Carrara (prima che venisse nominato sottosegretario alla Giustizia del governo Letta e che il tribunale traslocasse oltre Foce) ed è tuttora in corso nel tribunale di Massa. Fino a che non sarà concluso il corpo di Olga non dovrà lasciare il territorio. Per la donna, quindi, l’odissea non è ancora finita.

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di Redazione web