La magìa e la generosità dell’arte di Frank Breidenbruch
CARRARA. “Pin Pon Pan”è la monografia dell'opera (in questo caso soprattutto pittorica) di Frank Breindenbruch, corredata da fotografie di Roberto Bianchi e Anja Shulz, saggi di Fabio Cavallucci,...
CARRARA. “Pin Pon Pan”è la monografia dell'opera (in questo caso soprattutto pittorica) di Frank Breindenbruch, corredata da fotografie di Roberto Bianchi e Anja Shulz, saggi di Fabio Cavallucci, Riccardo Forfori e Fabio Cristelli, a cura di Edoardo Brandani ed edito da “BoraArte”. Presentata presso la Sala di Rappresentanza del Comune di Carrara, le 143 pagine di “Pin Pon Pan” non sono altro che l'espressione di uno degli artisti che è, come ben sottolinea nella critica interna al volume Fabio Cristellii, “forse il più grande di quelli che hanno soggiornato all'ombra delle apuane”.
Da Arturo Martini a Mario Sironi, negli ultimi cento anni Carrara ha visto il passaggio dei migliori artisti della contemporaneità ma, come ben aggiunge ancora Cristelli, «mai ha vissuto e sentito intimamente questi passaggi come nel caso di Breindenbruch». Monografia pensata per la mostra personale che l'artista organizzerà a Roma, in via Margutta, dal 12 al 24 marzo prossimo, l'idea di presentarla a Carrara offre al meglio l'immagine di chi è Frank Breindenbruch, che, senza ridondanze, ha voluto omaggiare la città di marmo che non gli ha dato i natali certo, ma che li ha dati a suo figlio Niccolò e, da tanto tempo è suo luogo di residenza.
«In dialetto carrarese “pin pon pan” significa letteralmente prendi un pezzo di pane...insomma, vuol dire che io voglio darti qualcosa, se ho solo un pezzo di pane lo spezzo e te ne do un po»”, poi con l'aria di chi cerca le parole per essere più incisivo: «Insomma, senza la voglia di dare qualcosa non si va da nessuna parte!».
E che Frank è questo noi di Carrara lo sappiamo, forse più di chiunque altro: divenuto ormai un tassello fondamentale della nostra città, non sapremmo più immaginarla senza la consapevolezza che presto o tardi comparirà la sua silhouette all'orizzonte e che lui ti saluterà posando la mano destra sul cuore, magari offrendoti un bicchiere.
Appassionato e naturalmente sensibile, in Frank trasudano queste qualità: accade nella serie di dipinti che raffigurano quella Marylin Monroe così distante dalla donna in serie, simbolo di Andy Warhol. Una Marylin tanto vicina a Norma Jeane (questo il vero nome della Monroe), ben diversa dalla bomba sexy e vuota creata da una società del consumo. Norma, cui la madre non ha mai sorriso, soffre, piange, scrive poesie ed è crudelmente cosciente del ruolo che il suo tempo le ha assegnato: questo Frank Breindenbruch lo sa e così la dipinge, innumerevoli volte, con quei colori materici e decisi che preferisce: nero, rosso, oro, qualche volta blu. In scultura, poco rappresentata questa all'interno della monografia, Breindenbruch esprime queste stesse emozioni: un'arca solitaria sulla cima di un monte appare spesso nelle sue tavole, è questa la stessa Arca di Noè in marmo cui l'artista sta lavorando da anni, nel cuore stesso delle cave: «Per il momento la lascio lì - spiega - e il messaggio è che il marmo non si può togliere e basta». Ma è anche “l'Arca che non salva nessuno”, perché «tutti siamo destinati a morire - afferma semplicemente - ma prima di morire dobbiamo vivere». Però forse qualcuno quest'arca salverà e Frank sembra ricordarsene guardando suo figlio appena entrato in sala: «Quello dell'arca è anche un messaggio di speranza - dice con il suo grande sorriso - e sono loro, i nostri figli, la speranza».
Barbara Monaco
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