Attenzione
«A rischio 5.000 posti di lavoro»
Tre cave massesi chiuderanno entro l’anno. L’appello delle imprese al presidente Napolitano
MASSA. È sull'onda emozionale dell'occupazione che si muove il dibattito sul piano paesaggistico della Regione che, se approvato dal consiglio regionale, porterebbe alla chiusura dell'80% delle cave all'interno del Parco delle Alpi Apuane. Quattordici quelle nel comune di Massa, tre delle quali chiuderanno entro l'anno per effetto della determina di giunta del 17 gennaio scorso, con la quale la Regione stabilisce che le aziende con piano estrattivo in scadenza, in attesa dell'approvazione del piano paesaggistico, non possano rinnovarlo. Una norma di salvaguardia che, però, ha fatto scattare subito l'allarme tra gli imprenditori apuo-versiliesi che ieri hanno convocato una conferenza stampa a Pietrasanta, presso la sede della Cosmave, per esprimere il loro punto di vista, che è chiaro: la chiusura delle cave creerà crisi occupazionale.
Sono cinquemila, infatti, secondo il Coordinamento imprese lapidee del parco delle Apuane, i posti a rischio con il piano paesaggistico, per un indotto produttivo del valore di oltre trecento milioni di euro. Gli imprenditori chiedono, quindi, l'intervento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affinché «si rechi nell'immediato a verificare e conoscere le ragioni delle famiglie dei cinque mila lavoratori». I numeri chiaramente sono molto indicativi. I dipendenti dell'attività estrattiva sono molto inferiori: rientrano nei cinquemila – numero difficile da verificare - tutti i dipendenti che lavorano nella filiera del lapideo, dall'estrazione alla lavorazione, passando per i trasporti e, forse, anche per i rivenditori di oggetti in marmo. Presenti, ieri, anche molti dipendenti, per i quali la notizia della chiusura delle cave, non può che essere stata una doccia fredda: la crisi occupazionale che vive il paese, d'altronde, è lampante e l'incertezza preoccupa.
Tuttavia, l'impressione è che gli imprenditori cavalchino questa incertezza criticando il piano paesaggistico di essere “impregnato di ideologismo ambientalista e, come tale, poco realista”.
«Se c'è un settore solido – commenta Umberto Ronchieri, presidente del Cam, Concessionari agri-marmiferi di Massa – non capisco perché lo si voglia smantellare. Ma poi per cosa? Quali sono le alternative? Si smantella una certezza per lasciare senza lavoro centinaia e centinaia di persone. Cose dovrebbero fare queste persone, andare a fare i pastori o a tagliare alberi?».
Più moderato nei toni è l’ industriale del lapideo, Paolo Carli, della Henraux, l’azienda di Seravezza che per decenni ha segnato la storia del marmo nel mondo, proprietaria dei più grandi agri marmiferi della Versilia, che argomenta con percentuali le sue perplessità.
«Il 96% del Parco – spiega – è da trent'anni a disposizione dei vari enti per la sua valorizzazione, perché nemmeno il 4% è occupato dalla cave. Se quindi in questi 30 anni non sono riusciti a valorizzare quel 96% come avrebbero dovuto, creando lavoro, come possono riuscirci ora?».
La risposta, forse, la dà Daniele Poli, presidente della cooperativa beni sociali di Levigliani, proprietaria del monte Corchia, che ricorda come questo territorio sia culturalmente associato al marmo.
«Non ci possono togliere il marmo. È una memoria storica, l'identità di un'intera comunità – dice – che attrae tantissimi turisti. Qui la gente viene solo per quello, per il marmo».
Difficile quindi – paradossalmente - attirare nelle Alpi Apuane chi ama l'ambiente. Le imprese, ieri, hanno quindi ribadito il loro secco no alla chiusura delle cave e invitato la Regione ad aprire un tavolo di confronto con le categorie. «Quello che stupisce – spiega Fabrizio Rovai, presidente del consorzio Cosmave – è che non ci abbiano mai consultato, ma che ci abbiano fatto letteralmente cadere questa decisione addosso, nonostante esista già un tavolo».
E si annuncia dunque una battaglia a tutto campo per far fare alla Regione una retromarcia.
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