Il Tirreno

Scuola, il balzello dei contributi volontari ma che sembrano obbligatori

Scuola, il balzello dei contributi volontari ma che sembrano obbligatori

Scarsa trasparenza sui versamenti e sulla loro destinazione E un comitato genitori-insegnanti chiedono i bilanci

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MASSA CARRARA -La scuola è gratuita? Dovrebbe esserlo, se non altro perché lo dice la Costituzione (articolo 43: “...l’istruzione è obbligatoria e gratuita...”). Ma in realtà lo è sempre di meno. In un paese che taglia le risorse per l’istruzione, dove i finanziamenti per la formazione e la didattica (per non dire quelli per l’edilizia scolastica) sono ogni anno ridotti, si ricorre in modo sempre crescente al contributo delle famiglie. Ai genitori degli studenti di ogni ordine e grado di istruzione vengono chiesti, al momento dell’iscrizione, devoluzioni in denaro di vario genere.

Si chiamano “contributi volontari” e servono a coprire spese per tecnologie, edilizia e offerta formativa che altrimenti gli istituti non sarebbero in grado di sostenere. Soldi per il progetto di teatro, o per l’acquisto di un computer; per la conferenza di un esperto di qualche materia o per comprare materiale didattico. Il problema, però, è che a volte, anzi spesso, questi contributi “volontari” e dunque facoltativi vengono fatti passare per “tasse” obbligatorie. Come? Ai genitori, cioè, non viene chiesto di pagare una “tassa di iscrizione” che in realtà comprende anche i contributi volontari; nei moduli di iscrizione consegnati alle famiglie vengono mescolati in un’unica cifra il costo dell’assicurazione (obbligatoria) e quello del contributo; si fa credere ai genitori che l’iscrizione sia subordinata al pagamento di quel contributo, o che l’alunno venga escluso da laboratori o progetti se non “si mette in regola”. Un piccolo, sottile imbroglio, mai esplicito, che si basa sulla scarsa trasparenza. Un malcostume, diciamolo pure, esteso in tutte le scuole d’Italia. Un andazzo contro cui si è scagliato pure il Miur (ministero dell’Istruzione) con ripetute circolari ai presidi. In cui si ribadisce, tra l’altro, che “qualunque somma, ulteriore alle tasse erariali e a quanto strettamente necessario per il rimborso di spese sostenute dalla scuola per conto delle famiglie, può essere chiesta soltanto quale contribuzione volontaria, erogazione liberale con cui le famiglie, con spirito collaborativo e massima trasparenza, partecipano al miglioramento dell’offerta formativa”. In sintesi: quei versamenti non sono obbligatori e lo si deve dire chiaramente.

Le scuole apuane non sono immuni dal fenomeno. Si fva dai 20 ai 60-70 euro, ma all’Alberghiero si chiedono anche 175 euro. Non sono cifre alte, come si vede, ma se si moltiplicano per i 300-400 o anche mille iscritti di una scuola, diventano una somma importante. Con cui gli istituti riescono a chiudere i bilanci. A questi contributi, poi, ne vanno aggiunti altri. Alla scuola di Forno, a inizio anno, è stato consegnato il diario scolastico “istituzionale” al prezzo di 5 euro; che alcuni genitori hanno rifiutato di pagare; alla Taliercio di Marina di Carrara, stessa cosa: diario uguale per tutti a 5 euro. «Di fatto, un contributo mascherato», dice Serena Tusini, insegnante e componente di “Scuola Benecomune”, il coordinamento di genitori e docenti che si batte contro le prove Invalsi e contro le “contribuzioni mascherate”. «C’è un doppio problema di trasparenza – dice ancoraa Tusini –: gli istituti devono informare chiaramente i genitori della volontarietà dei contributi che vengono chiesti. E deve essere trasparente la destinazione. Quanti sono? Come vengono spesi? Per quali attività? Manca spesso una rendicontazione pubblica e accessibile su tutto questo».

Prima ancora, però, sostiene la docente, «c’è una questione di principio. È chiaro che i genitori sono ben disposti a dare un contributo per migliorare la scuola dei loro figli. E, non si tirano indietro neanche quando, durante l’anno, si chiedono loro altri “aiuti”: la colletta per comprare carta, materiali di pulizia, o per riparare una porta o una tenda. Ma in questo modo passa il principio che la scuola viene mantenuta dalle famiglie e si “autorizza” lo Stato a ridurre i finanziamenti o a trasferirli alle scuole private».

Il coordinamento Scuola Benecomune, con l’appoggio di Cobas e M5S, ha iniziato una battaglia sulla trasparenza dei conti delle scuole e ha messo a punto un vademecum per i genitori. In esso si spiega, fra l’altro, che «l’ iscrizione alle classi successive (dalla I alla II ecc.) è un atto di ufficio e che non deve quindi essere chiesto ogni anno alla famiglia. Mentre “alcune scuole lo fanno passare come necessario al solo scopo di far pagare una presunta quota di iscrizione”. E si ricorda anche che i contributi volontari sono detraibili ai fini fiscali e che la scuola ha l’obbligo di comunicarlo.

Nel vademecum c’è anche uno schema di domanda con cui i genitori possono chiedere agli istituti di avere il rendiconto dei contributi e la loro destinazione. Perchè la trasparenza deve entrare anche nella scuola.

Claudio Figaia

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