Sicurezza
Carbonato per patina dai 155 ai 190 euro
Ecco quanto rendono alla multinazionale Omya le nostre scaglie macinate, micronizzate e rivendute alle cartiere
CARRARA. L’enorme business mancato dei carraresi - quello dei detriti - e nelle mani delle multinazionali (prima Imerys e Omya, ora di fatto solo Omya), assume una dimensione oggettiva, dopo tante supposizioni, grazie alle quotazioni apparse sul Sole 24 Ore, che da alcuni giorni nella sezione “Impresa & Territori” pubblica le quotazioni anche delle materie prime.
Uno dei mercati di sbocco del carbonato di calcio puro che si ricava dal bianco di Carrara (calcare al 97-98%), come noto, è quello delle cartiere. Un prodotto tutto sommato semplice: serve una scaglia bianca senza imperfezioni (e ce ne sono quasi due milioni di tonnellate l’anno che scendono portate dai nostri camionisti), una macinazione abbastanza raffinata ma neppure moltissimo, e via. Il prodotto arriva nelle cartiere sotto forma di polvere micronizzata, le cartiere poi lo “spalmano” insieme al caolino (di solito), per dare il bianco e la possibilità di imprimere la stampa.
In soldoni, di che cifre stiamo parlando? Davvero impressionanti: secondo il quotidiano della Confindustria, il carbonato per patina è quotato oggi sulla piazza di Milano dai 155 ai 190 euro la tonnellata.
A fare due conti si fa abbastanza presto: la tassa comunale (legata al contibuto ambientale legge 78-98) è di 3,78 euro (era di 3,60 fino a pochi mesi fa, poi c’è stato l’adeguamento del 5 per cento); fra l’altro, detto per inciso, da tempo si parla di un problema di sospetta evasione, per cui a palazzo civico pensano che ci sia chi fa il furbo, dichiarando scaglie scure e colorate (tassate 1,26 euro la tonnellata) al posto delle bianche. Questo però, secondo il direttore generale Marco Tonelli, è un problema in via di superamento con l’attribuzione a ciascuna cava di provenienza del tipo di scaglia (bianca, scogliera, scura e colorata, tout venant).
Il costo del trasporto porta, indicativamente (fonte Assindustria) il costo per la Omya a circa 10 euro la tonnellata il carbonato. Tassa compresa. A questo punto, entra in scena il ciclo produttivo della multinazionale: come diciamo a parte, il carbonato di calcio ha mille usi, quello per cartiera ha bisogno come detto di essere senza imperfezioni in partenza, poi deve essere tritato con una granulmetria fine, ma non finissima come quella dei prodotti farmaceutici. Dopo questa lavorazione, si va alla vendita: il ricarico, dalla materia prima di partenza, è ad oggi come minimo, a leggere le quotazioni del “Sole”, del 1550 per cento.
Anni fa, quando (fine Anni 90) il Comune commissionò alla Pro.Comp. e alla Frost & Sullivan uno studio internazionale sui valori dei prodotti con il carbonato, emersero a fatica i contorni del business mondiale. La cosa singolare è che il Comune accettò di assegnare uno studio, ma a patto di non divulgarlo, di tenerlo riservato. Sembra incredibile, ma andò proprio così. All’epoca comunque l’ingegner Cesare Marchetti della Pro Comp aveva avanzato delle ipotesi sui possibili costi industriali delle lavorazioni che deve subito la scaglia prima di diventare micronizzato.
Insomma, secondo quanto emergeva, il costo di produzione dello “slurry”, il prodotto più pregiato (75% di particelle inferiori a 2 micron) era di 130mila lire la tonnellata. Arrotondiamo a 70 euro dei primi Anni 2000, attualizziamo a 100 euro. Ma il carbonato per patina non è così sofisticato. Ammettendo ugualmente 100 euro (ma sono un’enormità), rimane un margine dai 45 agli 80 euro (nella forchetta di 155-190 euro delle quotazioni) a tonnellata.
Un margine che Omya guadagna grazie al suo know-how, indubbiamente, grazie agli investimenti fatti, grazie al mercato che si è creata. Ma di business dei detriti si parla almeno da 20 anni, e non c’è dubbio che a livello europeo il carbonato più pregiato sia il nostro. Abbiamo sentito informalmente alcune cartiere: la risposta è secca, senza dubbi, il carbonato per patina arriva da Carrara. Le cartiere vogliono il nostro, e il consumo è enorme. Nell’ordine delle centinaia di migliaia di tonnellate.
Quindi, solo per il milione di tonnellate almeno di patina destinata alle cartiere, il guadagno è dai 45 agli 80 milioni di euro l’anno (ma è di più). Poi, ci sono i margini per le lavorazioni più sofisticate.
Forse, gli imprenditori del marmo bianco sono ancora in tempo per entrare nel business, viste le cifre in ballo: consorziarsi, unire le forze, raccogliere autonomamente le scaglie e poi rivenderle potrebbe essere un’idea. Oppure, formare società con la Omya (cosa che in Europa, secondo quanto riferiva l’ingegner Marchetti, accade già), per avere qualche ritorno.
E il Comune? Sui detriti, in proporzione al business, ha sempre ricavato le briciole. A partire dallo storico regalo della forfettizzazione dei detriti (del 93, revocata solo nel 98), ad oggi, si accontenta di sette-otto milioni di euro a fronte dei 3-4 milioni di tonnellate prelevate. In pratica, i soldi per pagare la strada dei marmi.
Massimo Braglia
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