Sicurezza
Azienda carrarese bonifica Pitelli
Un dossier di Legambiente ricostruisce la lunga storia dei rifiuti tossici che furono interrati nel sito spezzino
PITELLI. Dai segnali che delimitano il cantiere della discarica di Ruffino Pitelli a La Spezia si evince che la società a cui si deve il “Progetto definitivo di messa in sicurezza permanente” di questa area è la carrarese Ambiente Sc, presieduta da Patrizia Vianello, una delle aziende più importanti del nostro territorio, che, specializzata da 30 anni in ingegneria ambientale e campionamenti, impiega oltre 130 dipendenti. Ad autorizzare l’avvio dei lavori di risanamento a Ruffino Pitelli, il cui costo totale ammonta a 5 milioni di euro, è stata l’allora ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo, con un decreto del 23 settembre 2010. Ma la discarica spezzina resta ancora oggi una ferita aperta. Oltre alla mole impressionante di documenti, che prova la compromissione irreparabile dell’ecosistema, ammessa anche dal ministero dell’ambiente e responsabilità a vari livelli, adesso suscitano paura anche le nuove dichiarazioni del pentito della camorra Carmine Schiavone, secondo il quale i rifiuti tossici, oltre che nella Terra dei fuochi, sarebbero stati interrati anche nelle discariche di Genova e La Spezia. Altre fonti parlano persino di sostanze radioattive sepolte nell’area.
Che la situazione di Pitelli resti assai critica, nonostante il suo declassamento da Sin a Sir, lo si capisce anche dal dossier “Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?”, presentato a Roma lo scorso 28 gennaio da Legambiente, che dedica al sito spezzino 6 fitte pagine.
L’area, innanzitutto, figura nell’elenco, assai inquietante, in cui si cita l’amianto come uno dei cancerogeni più presenti: in questa classifica poco lusinghiera si menzionano Pitelli, Massa-Carrara, Priolo e il Littorale Vesuviano come zone in cui “la mortalità per tumore maligno della pleura è in eccesso”.
Nel paragrafo specifico il territorio di Pitelli vene poi descritto dettagliatamente. «Il sito - scrive Legambiente - comprende aree a terra di estensione pari a 388 ettari ed aree a mare pari a circa 1.500 ettari, di competenza sia pubblica che privata».
L’associazione ambientalista spiega poi che la discarica è composta da ben quattro invasi, che si sono sovrapposti nel corso del tempo, in cui, a partire da fine anni ’70, è stata “autorizzata” l’attività di interramento di materiali inerti ed industriali. La domanda originaria, del 13 agosto 1976, venne però modificata. Il 31 gennaio 1979 il Comune di La Spezia rilasciò la concessione relativamente alla seconda istanza. «La concessione - afferma il dossier - viene rilasciata senza alcuna attività istruttoria».
Sono poi riportati i dati raccolti nel corso delle analisi effettuate su incarico della procura spezzina, da cui «risultarono diversi smaltimenti illegali di rifiuti anche pericolosi in discariche non idonee a smaltirli».
«Tra il 1983 e il 1984 - prosegue il documento - furono interrati i rifiuti della Union Carbide Unisil Spa di Termoli Imerese, costituiti da materiale contenente nichel esausto; tra l’83 e l’85 vennero movimentati i rifiuti tossico nocivi precedentemente seppelliti in prossimità delle vasche, proprio per permettere la realizzazione e l’ampliamento delle stesse; negli anni ‘90 ci fu lo stoccaggio di materiali provenienti dall’industria farmaceutica, fanghi, ceneri e scorie contenenti metalli pesanti e rifiuti derivanti dalla demolizione di auto».
Le indagini effettuate sui suoli hanno portato alla luce «terreni impregnati di sostanze di natura petrolifera, catramosa morchie, liquami, refrigeranti, fusti integri e rovinati di olii lubrificanti».
E queste sono “solo” alcune vicende legate allo smaltimento “lecito” di materiali, perché ancora più inquietante è quanto si ipotizza sul “traffico e lo smaltimento illegale di rifiuti e sostanze tossico nocive, come i terreni contaminati dall’incidente del 1976 all’industria chimica Icmesa, nei comuni di Seveso e Meda”.
La grave contaminazione è stata confermata anche dai controlli affidati all’Arpal nel 2002, da cui emergevano “criticità nella matrice suolo dovute a metalli pesanti (piombo, zinco, argento, cadmio) ed idrocarburi poliaromatici”.
Elevatissimo anche l’inquinamento dei sedimenti marini, rilevato dall’Ispra e reso pubblico nel 2005, dovuto “principalmente a metalli pesanti, elementi in tracce, composti organostannici e secondariamente ad idrocarburi policiclici aromatici, idrocarburi pesanti e policlorobifenili”. Legambiente sostiene che ad oggi, “eccetto alcuni interventi di messa in sicurezza di emergenza o l’avvio di interventi permanenti, praticamente nulla è stato fatto per il risanamento del sito”. Per quanto riguarda, in particolare, gli interventi progettati da Ambiente sc per l’area di Ruffino Pitelli (circa 7 ettari), il dossier conferma che essi “sono iniziati”. «Nella parte vecchia del sito - si legge - è stata fatta la messa in sicurezza attraverso l’impermeabilizzazione. Nella parte nuova è stata fatta solo la copertura con telo impermeabile. Nell’ambito del progetto approvato sono previsti anche gli interventi per la sistemazione idraulica definitiva del fosso Canalone. Attualmente è in corso il monitoraggio delle acque di falda con 7 piezometri (6 di Arpa Liguria e 1 della proprietà del sito) ed è cominciato il conferimento di terre previsto dal progetto».
Alla conclusione del procedimento penale i 13 imputati rimasti nel processo furono tutti assolti in primo grado perché “il fatto non sussiste”. Legambiente fa anche sapere di aver presentato ricorso al Tar del Lazio contro il decreto emesso dal governo Monti l’11 gennaio 2013, con cui l’area di Pitelli passava dalle competenze del ministero dell’ambiente a quelle della Regione Liguria, ritenendolo “illegittimo e infondato”.
David Chiappuella
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