Il dolore
«Quel puzzo ti restava addosso E quanti amici morti»
Un ex elettricista della Rumianca racconti i suoi 15 anni nell’azienda chimica: «Entrai nel rifugio, caddi per il fetore»
CARRARA. Un’altra voce si aggiunge a quella dei fratelli Vittorio e Giancarlo Manici, gli ex lavoratori costretti a convivere per anni con i veleni prodotti alla Rumianca di Avenza.
E’ quella di Luciano Quadrelli, ex elettricista, assunto dal giugno 1969 (appena finito il militare, a 21 anni) e rimasto in azienda fino all’84, quando ci fu l’incidente che portò alla chiusura della fabbrica.
Nei giorni scorsi, alla presentazione del volume “Zona industriale apuana, seconda parte: dal 1960 ai giorni nostri”, scritto da Matteo Marchini e pubblicato da Eclettica Edizioni di Alessandro Amorese - come abbiamo riferito - Vittorio Manici, 73 anni (alla Rumianca dal ’61 all’83), e Giancarlo, 66 anni (dal ’70 all’84, anno della chiusura) avevano ricordato le conseguenze di quelle lavorazioni. «Io - aveva affermato Vittorio Manici- sono stato operato di un tumore maligno ai polmoni, mentre a mio fratello, costretto a sottoporsi alla tac ogni tre mesi, sono state diagnosticate placche causate dalla prolungata esposizione a composti arsenicali».
Alla presentazione del libro, Giancarlo Manici aveva mostrato i risultati di un’analisi epidemiologica iniziata nel 1996 dall’ospedale di Careggi e dall’Asl 1 di Massa-Carrara, che conferma un eccesso di mortalità per tutti i tumori tra gli ex dipendenti della Rumianca negli anni dal 1950 al 1998, soprattutto a polmoni, vescica e fegato, anche nelle donne. Elementi drammaticamente ribaditi da Luciano Quadrelli: «Dei miei colleghi elettricisti, tre sono sicuramente deceduti per tumore; e altri miei carissimi amici li ho persi per lo stesso tragico motivo. Adesso, non chiamo più a casa di chi lavorava con me: ho troppa paura di sentirmi rispondere che se ne sono andati per sempre».
«Anch’io - spiega - vorrei dare un mio contributo per far capire cosa succedeva in fabbrica. In questi anni ho spesso ripensato a quegli anni. Ad esempio, il reparto “Terre decoloranti attive”: gli operai li pagavano per otto ore ma ne lavoravano tre e mezzo, più mezz'ora di doccia; ogni giorno bevevano un litro di latte, come purificante, ma temo proprio che non fosse sufficiente a rimediare ai pericoli».
Quadrelli, che aveva studiato all’Ipsia Barsanti (è di Massa), proprio per la sua mansione di elettricista ha girato tutti i reparti. «Mi dicevano di mettere sempre la mascherina, ma non serviva a niente».
Quel puzzo che non andava via. C’è un ricordo che accomuna i Manici a Quadrelli. Il puzzo dei prodotti. «C'era un reparto - ricorda Quadrelli - in cui si facevano i prodotti liquidi, come il Malathion, che puzzavano in modo indescrivile. Ci davano mezz'ora di tempo per fare la doccia, poi arrivavo a casa e mi facevo un’altra doccia, ma quell’odore restava addosso, come mi dicevano in casa. Noi operai dopo un po’ ci abbiamo fatto quasi l’abitudine. Altro fetore insopportabile, nel reparto dell’acido solforico, che si realizzava come materia prima per il fertilizzante Pkn: quel grande capannone ancora in piedi era pieno proprio di Pkn, su un carroponte passava un rullo che prendeva e caricava il prodotto».
«Quando infustammo il rogor». «Ricordate quando alla Farmoplant ci furono i primi problemi del rogor con lo stop alla lavorazione? Ebbene, per non perdere una grossa commessa, ci passarono a noi l’infustamento del rogor: là era vietato, alla Rumianca, a poche centinaia di metri, si faceva».
«Scappato dal “rifugio”: troppo fetore. «Qualche volta mi sogno lo stabilimento, immagino che lo stiano ristrutturando. C'era un rifugio antiaereo tutto in cemento, all'interno c'erano dei fusti, di tutti i tipi: sigillati, aperti, semichiusi. All’interno, vicino all’ingresso c’era una cassetta di alimentazione, che dava corrente alla mensa. Una volta, sono dovuto entrare per una riparazione: appena dentro, il puzzo mi ha fatto venire un giramento di testa e sono caduto in terra, poi sono scappato. Sono rientrato più tardi, ma che fatica. Basti dire che poi quando imbustavano i nitrili come l’acrinonitrile, all'esterno c'era pronta un'ambulanza con medico a bordo, e gli operai indossavano tute speciali».
L’amico Franco, morto a 39 anni. «Avevo un grande amico, Franco Giannaccini: era proveniente dalla Rumianca di Pieve di Vergonte, era il mio capo elettricista. Facemmo amicizia anche con le nostre famiglie, morì a 39 anni per un tumore al fegato. Non posso dire se fosse dipeso dal periodo lavorativo a Carrara, a Pieve di Vergonte o da altro. So solo che abitava in una palazzina nei pressi della fabbrica.».
Luciano Quadrelli si ritiene tutto sommato fortunato. «Ho subito un infortunio all’occhio sinistro: uno schizzo di ditiamina azzurra, nel ’72, mi furono dati undici punti di invalidità. Poi un infortunio ad una gamba, giù da un ponteggio; e un attacco di colica renale, mentre ero nel capannone del Pkn. Ma per il resto, ad oggi non ho particolari problemi se non all’occhio sinistro, pur avendo girato in lungo e in largo per 15 anni la fabbrica. Purtroppo ad alcuni miei colleghi elettricisti non è andata così bene: Tinfena, Cordiviola, Piccioli sono deceduti. Ricordo Sergio Angeloni, morto una decina d’anni fa: lavorava con una ditta esterna, poi fu assunto dalla Rumianca, infustava a mano dei prodotti chimici che venivano presi con uno speciale cucchiaio. Non a caso, nella paga base era prevista la “nocività”».
L’incidente del 12 marzo 1984. «Il giorno dell'incidente lo ricordo bene: facevo il turno dalle 6 alle 2; all'una e mezzo circa chiamano che c’è stato un problema, chiedo a un mio collega entrante di andare ma non ci va. Vado io: vedo che esce fumo da una “coclea”, una specie di serpentina che all’interno di una tubazione trasporta materiale verso l’alto. Tolgo subito tensione a tutti i quadri per fermare il macchinario, ma appena ho staccato l’energia, chiudono i portoni del reparto, che produceva prodotti agricoli. Porte sigillate, arrivano i tecnici. Poi, hanno transennato tutto, e nessuno ci è più rientrato. Nei giorni successivi, ci hanno fatto delle visite mediche a tappeto, dicevano che si era sprigionata la diossina e nessuno conosceva le reazioni. Tutti i venerdì ci davano dei contenitori, e analizzavano le nostre urine; per almeno tre mesi, ma di quelle analisi nessuno ci ha mai detto nulla. Io sono rimasto in cassa integrazione fino a fine 1984, poi avevo voglia di lavorare: ho messo su una piccola ditta, e ho lavorato fino al 2007. Ma tuttora sono in attività per gli amici. Come se non bastasse, quando sono andato a fare il conteggio dei contributi, ho scoperto che per sei mesi di cassa integrazione non mi erano stati versati i contributi. Ho scoperto chi è stato, ma ho lasciato perdere: me li sono pagati da solo».
«Macchinari vecchi». «In quella fabbrica mi colpiva una cosa - racconta Quadrelli - che a parte poche eccezioni, i macchinari erano vecchi, i metodi antidiluviani. Come ho detto, c’era addirittura un gruppo di lavoratori, soprattutto lavoratrici, che con delle palettine di legno imbustavano prodotti chimici. O c’era il reparto dell’acido citrico, che maturava in celle speciali; se si sprigionava formalina, c'era un segnale acustico che lo segnalava, e allora certe corse per scappare... Era una fabbrica vecchia».
Massimo Braglia
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