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Michelangelo e Carrara, un rapporto lungo oltre 25 anni

Michelangelo e Carrara, un rapporto lungo oltre 25 anni

CARRARA. Esattamente 450 anni fa, il 18 febbraio 1564, moriva Michelangelo Buonarroti, il più grande scultore di sempre. Il suo nome, assieme a Firenze e Roma, è legato in modo indissolubile a...

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CARRARA. Esattamente 450 anni fa, il 18 febbraio 1564, moriva Michelangelo Buonarroti, il più grande scultore di sempre. Il suo nome, assieme a Firenze e Roma, è legato in modo indissolubile a Carrara, dove trascorse complessivamente 2 anni per frequentare i "maestri del cavar marmi". Il materiale con cui realizzava le sue opere aveva per lui un'importanza straordinaria. Il rapporto tra Michelangelo e Carrara - recentemente raccontato nel libro di Simone Caffaz "Luna caput Mundi" (ed. Sea) - fu spesso burrascoso e conflittuale ma sempre intenso e fondamentale per le opere dello scultore. Il suo primo viaggio a Carrara è del novembre del 1497 per scegliere il marmo della Pietà: arrivò in sella a un cavallo grigio con in tasca 15 ducati e 3 carlini e vi rimase solo il tempo necessario per prendere contatti con il suo fornitore, lo scalpellino Matteo Cuccarello. Vi fece ritorno nel 1503 ma è nel suo terzo viaggio, nel 1505, a instaurare quel rapporto speciale con il territorio che segnerà profondamente la sua opera. Egli ha bisogno dei marmi per realizzare il monumentale sepolcro di Papa Giulio II, gli serve un'ingente quantità di pezzi e dispone di circa mille ducati. Il suo soggiorno sarà piuttosto lungo protraendosi da aprile fino alla fine dell'anno. La fornitura richiesta fu talmente imponente che i carraresi dovettero costituire un'apposita società. Negli anni successivi, i rapporti tra lo scultore e i carraresi diventarono più difficili e insorsero anche cause giudiziarie risolte dal vicario della curia. Il clou dei contrasti si ebbe nel 1515 quando egli si rifiutò di tornare a Carrara giustificando in questo modo la tensione in una lettera al fratello Buonarroto: "A Carrara non voglio tornare io perchè se non sono pazzi sono traditori e tristi". La rottura era inevitabile e a questa concorse anche la famiglia Medici che convinse l'artista a preferire i marmi versiliesi. Ma tre anni dopo egli si pentì amaramente: "Monterò subito a cavallo - scrisse - e andrò a trovare il cardinale de Medici e il Papa e dirò loro il fatto mio, qui lascerò l'impresa e tornerò a Carrara". In effetti, pur non abbandonando completamente Pietrasanta e Seravezza tornò a Carrara e firmò contratti per l'acquisto di marmi fino al 1523 dopo di che, a causa dell'aumento dei suoi impegni, fu costretto a inviare uomini di fiducia.

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