Sicurezza
Gabrielli amarcord grazie alle domande degli studenti
Anche il capo della protezione civile ha studiato alla Giorgini Tanti quesiti sulla Concordia: «Chi ha preso la campana?»
MONTIGNOSO. Un inedito Franco Gabrielli quello che si è presentato ai giovani studenti della Giorgini, distante dai tavoli istituzionali e tecnici, con la serenità di chi si sentiva un po' a casa.
E in effetti lo era: negli anni Settanta Gabrielli fu studente della scuola media Giorgini di Montignoso e lo ricorda con affetto. Con questo spirito il capo della Protezione Civile nazionale ha risposto alle numerose domande che gli studenti gli hanno posto: vita privata, lavoro, carriera e aneddoti. Il risultato è stato un piccolo spaccato della vita di uno degli uomini più importanti del panorama nazionale, tra amarcord e rivelazioni.
Chi l'ha presa la campana della Concordia? Chiede candidamente una alunna a Gabrielli: «Quella è stata certamente una delle pagine meno gloriose del recupero della nave- risponde Gabrielli-; io so chi l'ha rubata la campana, ma non ve lo posso dire».
Quale è stato il momento più difficile della sua carriera?
«Sarà scontato, ma è proprio il caso Concordia. Quella nave non voleva raddrizzarsi e io ero molto preoccupato perché avevo dichiarato che l'operazione sarebbe riuscita al 100%. Non perché ne fossi sicuro, ma perché in quel momento c'era bisogno di infondere coraggio, di rassicurare il mondo intero. E ho sudato freddo in quella cabina di regia, quando vedevo che la Concordia non si tirava su».
E' vero che era una nave maledetta?
«Bè, purtroppo fu inaugurata con un cattivo presagio. La bottiglia non si infranse al momento del varo e questo sapete in marineria è un gravissimo segno di sfortuna. Io non credevo a queste cose, ma mi sono dovuto ricredere. In effetti poi la nave è naufragata sugli scogli del Giglio».
Cosa ha provato tornando qui alla Giorgini?
«Fa sempre piacere rivedere i luoghi della propria infanzia; ho vissuto in un piccolo centro, al Cinquale, quando ancora i piccoli centri erano davvero tali, prima che tutto diventasse globalizzato. Ricordo che prendevo un autobus, la mattina presto, arrivavo alla fermata in fondo alla strada e compravo un pezzo di pizza per la merenda. Non so se esiste ancora quell'alimentare».
Cosa voleva fare da grande?
«Il professore di matematica. Ma purtroppo non ho avuto un bravo maestro. Non me l'ha fatta amare quella materia e quindi mi sono dedicato alle materie letterarie. Poi ho deciso di fare il poliziotto. Ho iniziato a studiare filosofia al Liceo e poi giurisprudenza all'Università. La mia è stata una carriera ricca di esperienze».
Come è cambiata la sua vita da quando è diventato capo della Protezione Civile?
«E' cambiata tantissimo. Credo che non esista al mondo un lavoro più logorante di questo. Non dormo mai per davvero; quando finisco di lavorare e vado a casa so che i problemi del territorio rimangono lì, non vanno a dormire. E quando squilla il cellulare di notte so che è accaduto qualcosa di grave, ma non so mai quanto grave sarà la situazione che mi presenteranno davanti. Non posso occuparmi di null'altro e faccio fatica a programmare la vita. Potrei dire però che quando riusciamo a salvare delle vite veniamo ripagati di tutto ».
Perché in Italia succedono tanti disastri?
«Bella domanda. Innanzitutto perché è un territorio giovane e quindi molto fragile. Poi perché l'uomo è irrispettoso e ancora pensa che questo territorio debba assoggettarsi ai suoi interessi. Siete voi, gli uomini di domani, che potrete cambiare la storia e anche gli eventi non vi sembreranno più così disastrosi. Sapete, un terremoto è un evento naturale. In futuro dovrete preoccuparvi se non ne avverranno più. Dovrete solo imparare a costruire in maniera saggia, rispettando la natura, perché come disse Papa Francesco Dio perdona sempre, l'uomo qualche volta, la natura mai ».
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