Il Tirreno

«La mia bimba salva per un corridoio»

di Chiara Sillicani
«La mia bimba salva per un corridoio»

La storia dei piccoli nati al materno infantile e operati: quei pochi metri tra i reparti sono la nostra speranza

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MASSA. Penelope agita i piedini, tutta quella gente intorno le dà fastidio, vorrebbe farsi un bel pisolino: chiude gli occhi, ma la curiosità vince. Li riapre e volge lo sguardo alla sua mamma come se capisse e volesse ascoltarla mentre racconta la loro storia. La storia di una bambina e del suo cuoricino malato, di un ospedale dei sogni che si chiama Opa e di medici coraggiosi.
Pamela Pianpiani non può dimenticare quando la sonda dell’ecografo scopre che la piccola Penolope ha un problema al cuore. È ancora nel pancione, nella migliore delle terapie intensive, ma quando da quel pancione dovrà uscire, allora avrà bisogno di un posto sicuro, di mani esperte, di tecnologie avanzate. «Sono di Pisa - racconta Pamela - e a Pisa è nato il mio primo figlio, ma quando i ginecologi hanno diagnosticato la patologia cardiaca di Penelope, mi sono immediatamente affidata ai medici dell’Opa: ho fatto le ecografie, i colloqui con l’anestesista e qui ho partorito».

Penelope ha deciso da sola quando venire al mondo, niente cesareo, ha fatto tutto con le sue forze e l’immancabile aiuto di mamma: «Per me e per la mia bambina - Pamela ci fa partecipi della sua intimità - al dipartimento materno infantile è stata allestita una stanza con una culla termica. Durante il parto, accanto ai ginecologi, c’era un anestesista pediatrico. Ho visto nascere Penelope e dopo cinque minuti era già nelle mani dei medici dell’Opa». Ha percorso il corridoio che collega il materno infantile (casa dell’Asl) all’ospedale del cuore (affidato alla Monasterio). Quei pochi metri che regalano a Penolepe la speranza di farcela. I medici la operano e lei rimane in cura all’Opa. Ora ha sei mesi e mezzo, scalcia, non abbandona il suo ciuccio e ascolta le parole commosse di mamma. E ogni anno ci sono 44 Penelope (chiamarli casi diventa difficile) che nascono - e rinascono - a Montepepe. I ginecologi consegnano alla vita, i cardiochirurghi concedono di assaporarla la vita, di riscoprirla.

Valeria Salvi non sapeva che la sua Emma avesse un solo atrio, se lo avesse saputo avrebbe certamente partorito a Montepepe: «La cardiopatia non è stata diagnosticata in fase prenatale, altrimenti non avrei avuto dubbi: sarei venuta qui, nel posto più sicuro per la mia piccolina. Emma è nata ad Empoli e arrivata all’Opa ad un giorno di vita, ha già subìto due interventi, il primo quando aveva una settimana». È una bambina coraggiosa, combatte e - segnale davvero positivo per una piccola cardiopatica - cresce: ostinata e decisa a non arrendersi.

Vincenzo Bodano è salito su un aereo militare, destinazione ospedale Pasquinucci: il suo bambino è nato a Cagliari mercoledì, il giorno dopo è entrato in sala operatoria. Tre chilogrammi e la voglia di vivere: «Se io e mia moglie avessimo saputo che la cardiochirurgia può contare anche su un reparto di ostetricia, avremmo scelto di far nascere qui il nostro piccolino. Ci sarebbe parso il posto più sicuro al mondo». Storie, stralci di vita, racconti di coraggio e di elevata professionalità. Medici, infermieri, Oss sono tutti in assemblea nell’atrio dell’Opa, per dire che il materno infantile deve rimanere lì. Loro, i genitori, ascoltano. Oltre le polemiche, oltre le beghe, oltre le proposte, ci sono le loro vite, quelle di 44 bambini con patologie cardiache diagnosticate in utero, nati e operati a Montepepe. Si chiamano Emma e Penelope .

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