Il Tirreno

«L’Opa dentro il nuovo ospedale e noi diventiamo i numeri uno»

di Chiara Sillicani
«L’Opa dentro il nuovo ospedale e noi diventiamo i numeri uno»

La proposta del direttore sanitario dell’Asl: così potremo concorrere con i centri universitari E sulle criticità del Noa: è il territorio che deve rispondere al paziente dopo le dimissioni

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MASSA. Il cambiamento - anche quando programmato - suscita timori e stavolta si tratta davvero di un cambiamento importante. E non soltanto perché riguarda il più delicato degli argomenti - la nostra salute - ma anche perché - e all’osservatore non sfugge - i risvolti sono tanti e non sempre immediati. Un ospedale nuovo all’orizzonte e il reparto materno infantile che lascia la sua attuale sede, con il timore che quel trasferimento sia il primo segnale di un progetto: lo smantellamento della Fondazione Monasterio a Massa, un colpo inferto alla cardiochirurgia pediatrica e adulti. Tradotto: all’Opa. Del futuro - prossimo - della sanità apuana, parliamo con Maurizio Dal Maso, direttore sanitario dell’Asl 1.

Tra un anno - se i tempi saranno rispettati - aprirà i battenti la nuova struttura su viale Mattei. Sarà organizzata sul principio dell’intensità di cura, ci spiega come funzionerà?

«All’interno dell’ospedale sarà garantita la centralità del paziente, in una logica definita di flusso: non più, come adesso, compartimenti verticali (i singoli reparti ndr), ma percorsi tagliati sulle esigenze del malato. Percorsi che, a seconda delle patologie e dei tempi di ricovero, si traducono anche in organizzazione degli spazi con aree, letti e sale operatorie dedicate».

Si condividono spazi in base alle necessità di cura. Per cui l’operato al polmone sta in camera con l’operato al rene?

«Sarà così se rimarranno in ospedale per periodi simili. In viale Mattei ci saranno posti letto per lunghe permanenze, per i ricoveri settimanali e per quelli di un giorno. Le camere ospiteranno due letti e saranno tutte dotate di bagni. Cercheremo in ogni caso di creare isole in modo che tutti i pazienti - urologici, per fare un esempio - siano vicini. Nell’area della lunga degenza, nel corridoio tra le camere, sono previsti spazi per gli operatori, a garanzia di una continua presenza».

Tutto positivo? Non ci sono problemi?

«Rispetto agli altri ospedali unici siamo in ritardo. Dunque, guardando a chi ha concluso il percorso, possiamo evitare errori. Stiamo lavorando alla formazione - questo è un aspetto centrale - degli operatori, ma indubbiamente la criticità maggiore - ed entra nel vivo - sta nel fatto che questo tipo di ospedale (per acuti ndr) è - e l’espressione è forte - una pompa idrovora. Il paziente è accolto, curato, poi quando esce deve contare sull’assistenza territoriale. Il flusso ospedaliero è presidiato, ma è fondamentale che esista un chiaro referente sul territorio, un’interfaccia».

Ci faccia un esempio?

«L’anziana che si rompe un piede, ha 80 anni, vive sola, ma è lucida. All’interno dell’ospedale il ricovero sociale è impensabile. La risposta deve arrivare dal territorio (distretti in primis ndr)».

Parliamo del tema di attualità: il trasferimento al nuovo ospedale del reparto materno infantile significa rischio di smantellamento della cardiochirurgia pediatrica e - conseguentemente - adulti?

«Non vedo quel rischio: i sei più importanti centri di cardiochirurgia pediatrica non hanno punto nascita annesso. Tantissimi neonati vengono operati al cuore al Bambin Gesù, a Roma, e il punto nascita più vicino è quello del Fate Bene Fratelli, sull’isola Tiberina. Negli ultimi 5 anni nessun bambino si è salvato soltanto grazie a quei 20 metri che separano cardiochirurgia da materno-infantile (il famoso corridoio ndr)».

Ma l’Opa (Fondazione Monasterio) è un’eccellenza. Non è in dubbio...

«Assolutamente no. Se avessi problemi al cuore mi affiderei ai professionisti della Monasterio e se conoscessi un bambino con patologie cardiache, lo farei curare a Massa. Non se ne discute neanche. L’Opa fa per l’Asl un percorso infartuati che dà risultati ottimali e deve essere difeso e garantito. La Fondazione va tutelata con forza».

Allora? Quale strada percorrere?

«Ci sono 40 mamme che ogni anno partoriscono al nostro punto nascite perché, dalla diagnosi prenatale, risulta nel feto una patologia cardiaca, operabile all’Opa. Per quei casi, anche dopo il trasferimento del materno infantile, possiamo garantire alla cardiochirurgia pediatrica anestesista, ostetrica e ginecologo».

Soluzione che i medici dell’Opa non condividono. Non ci sono alternative?

«Credo che dovremmo tutti lavorare in sinergia per portare la cardiochirurgia all’interno di un percorso ospedaliero».

Il famoso padiglione accanto al nuovo ospedale? Serviranno tempo e soldi..

«Certo, ma nell’attesa, l’Asl è disposta a garantire spazi alla Fondazione all’interno del nuovo ospedale, destinandogli le tre sale operatorie e gli spazi della day surgery che nell’attesa rimarrebbe provvisoriamente a Carrara. Il materno infantile deve essere all’interno del Noa».

Ci spieghi perché.

«Perchè ai sensi della legge regionale è la precondizione per essere classificati come ospedali di classe A, dotati di pronto soccorso. Non possiamo ammettere di essere declassati. Il trasferimento accanto all’Opa del reparto era provvisorio e ammesso dalla Regione perché soluzione temporanea, appunto e comunque migliore della precedente. Le eccellenze dell’Opa con le eccellenze aziendali della chirurgia vascolare ed interventistica farebbero di Massa un centro a livello universitario, riferimento per tutta la zona ligure, lombarda ed emiliana».

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