Sicurezza
«Freddo, fame e paura nell’inferno del lager»
Romeo Bernieri, 93 anni, racconta i mesi passati nel campo di concentramento Altri ricordi: «I tedeschi uccisero mia sorella perché stava cogliendo dei cachi»
MASSA. Romeo aveva vent'anni. I suoi occhi sono fermi davanti ad un treno. Un carro bestiame. Romeo quel giorno diventò un deportato.
«Era l'ottobre del 1944 – racconta Romeo Bernieri, deportato civile al campo di concentramento di Latzen ad Hannover dall'ottobre 1944 al maggio 1945 - non ricordo il giorno. A quel tempo c'era un gran caos, ero appena scampato dal rastrellamento di Forno. Poi scesi a Massa a lavorare con mio padre, qui i soldati un giorno mi presero e mi ordinarono di salire sulla Sita, ci misero in fila e a uno a uno salimmo senza fare domande. Eravamo io e mio cognato».
Così iniziò il viaggio di Romeo: prima Pontremoli, poi Carpi e infine Peschiera del Garda, ultima tratta italiana. «Ci fecero salire su un carro bestiame...eravamo carichi...non so neanche quanti fossimo lì dentro. Il viaggio non è andato liscio, ogni tanto si sentiva un colpo, una mitraglia che sparava una raffica, ma non facevamo domande. Poi si aprirono le porte del vagone, la cosa che ricordo di più è il freddo, c'era un freddo che tagliava».
Solo allora Romeo capì di essere arrivato a destinazione: campo di concentramento di Latzen, Hannover. Il campo era diviso in varie zone, Romeo venne assegnato alla lavorazione della terra, il suo compito era eseguire gli ordini dei soldati e attenersi alle indicazioni scritte su un foglietto: «Dovevo raccogliere e piantare le verdure, fortuna volle che avessi un cappotto, il cappotto mi salvò la vita dalla fame. Ogni tanto mentre lavoravo, riuscivo a nascondermi qualche patata sotto il cappotto, appena c'era la pausa la tagliavo l'appoggiavo sulla stufa e la mangiavo così com'era. Facevo tutto in dieci minuti. Ecco insieme al freddo ricordo la fame».
Romeo e gli altri internati mangiavano una volta al giorno e la razione era sempre la stessa: «Ci davano un po' di pane, un po' di margarina, un po' di zucchero ma in dieci minuti si finiva tutto. Ogni tanto si riusciva a mangiare un po' di pane al mercato nero».
La memoria di Romeo è ferma su quel cappotto, si perchè oltre ad essere un rifugio dalla fame, il cappotto diventò un tetto, un riparo che evitò che al freddo del giorno si mischiasse anche la pioggia della notte: «Si dormiva tutti in una baracca, eravamo in tanti, quando pioveva l'acqua passava dal soffitto, le travi erano scomposte e messe male, allora prendevo il cappotto e lo mettevo sopra il letto per ripararmi». Accanto al freddo e alla fame c'era anche la paura, ed era quella che scandiva le giornate.
«Mi ricordo che i pidocchi vivevano con noi, bastava appoggiare qualcosa di pulito da qualche parte che subito si riempiva di pidocchi. Una volta a me e mio cognato ci dissero che dovevamo fare la doccia. Tremavamo di paura, dal campo giravano i racconti su... (Romeo si ferma) per fortuna eravamo in due...è più facile avere paura quando si è in due».
Poi sono arrivate le bombe. Sono arrivati gli americani e i cancelli si sono aperti. «Vicino al campo c'era un deposito con tutta la roba da mangiare. Tutti correvano a prendere qualcosa, io raccolsi la prima cosa che ebbi sotto mano, un sacco di minestra e tornai alla baracca. Là incontrai uno dei soldati tedeschi che faceva la guardia quando lavoravo. Non so cosa mi disse, parlava e parlava ma non lo capivo. Gli regalai il sacco. Penso che facesse finta di non vedermi quando nascondevo le patate. Sempre fuori dal campo c'era un boschetto, ogni tanto si sentiva una mitraglia, di notte o di giorno, raffiche lontane e veloci. Io ed altri una volta liberi andammo a vedere cosa ci fosse. Trovammo delle buche...buche piene di cadaveri e buche vuote ancora da riempire».
Qui Romeo si ferma, poi ricomincia: «Accanto al campo dove lavoravo c'era un altro campo. Là vedevo passare gente vestita a strisce, le persone erano ridotte molto peggio di noi. Poveretti non si reggevano neanche in piedi...forse erano prigionieri politici, forse ebrei o polacchi». Sempre lì vicino Romeo dice di aver visto del fumo nero. Ma qui Romeo si ferma un'altra volta. Dopo gli americani Romeo tornò a casa: «Non mi ricordo nè come nè quanto ci misi, l'unico pensiero che avevo era quello di tornare, e alla fine ce l'ho fatta».
La prima notizia che Romeo ricevette appena tornato a Massa riguardava sua sorella: «Fu uccisa dai tedeschi prima ancora che partissi per il campo, non mi dissero nulla. Era la mia sorella più grande. Aveva due figli. I soldati nazisti gli hanno sparato mentre stava raccogliendo dei cachi da una pianta...non so perchè».
Oggi Romeo ha 93 anni, due figlie, quattro nipoti e altrettanti pronipoti, domani mattina riceverà la medaglia d'onore in prefettura. Qualche volta racconta la sua storia. La fame, il freddo e la paura. Qualche volta piange ancora.
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