Sicurezza
Navi dei veleni, la verità più vicina
Giuseppe Onufrio (Greenpeace): «Le prime denunce partirono dai Verdi di Carrara, ora aspettiamo la desecretazione»
CARRARA. «Quello apuano, probabilmente, è un tassello chiave della lunga e complessa storia delle navi dei veleni, che da metà anni ’80 fino ad almeno il 1993 nessuno ha potuto raccontare fino in fondo. Oggi, però, tanti interrogativi potrebbero trovare una risposta: lo sproporzionato numero di decessi da tumore a Massa-Carrara, tra i più alti in Italia, la collusione di apparati dello Stato, prospettata nella relazione finale della commissione Pecorella, i collegamenti tra il traffico di rifiuti illecito e le morti dei giornalisti del Tg3 Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e quella del capitano di corvetta Natale De Grazia, che indagavano coraggiosamente per scoprire la verità».
Così Giuseppe Onufrio, 55 anni, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, torna a parlare delle navi dei veleni, affondate nel Mediterraneo con carichi di rifiuti tossici o radioattivi che ancora oggi riposano sui fondali, 9 delle quali, tra il 1986 ed il 1988, salparono da Marina di Carrara.
L’argomento è tornato di attualità in questi giorni, dopo l’annuncio, da parte della presidente della Camera Laura Boldrini, della de-secretazione degli oltre 1000 faldoni raccolti nelle ultime tre legislature dalle commissioni parlamentari di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, decisione presa a seguito di una richiesta presentata dallo stesso direttore di Greenpeace. Onufrio parla a margine dell’incontro dal titolo “Greenpeace, fare pace con l’ambiente globale”, tenutosi all’Istituto di istruzione superiore “D. Zaccagna” ed introdotto da Riccardo Canesi, docente di geografia ed ex deputato dei Verdi.
Quello che lega Onufrio e Canesi, coetanei, è un rapporto di amicizia e collaborazione iniziato 30 anni fa all’interno di Legambiente e caratterizzato anche da trascorsi di comune militanza politica.
«Se i nomi di queste navi sono noti - ha ricordato Onufrio - è grazie alle denunce che la lista dei Verdi di Marina di Carrara, in cui Canesi era stato eletto consigliere comunale, presentò per prima nel febbraio 1987, allarmata dall’arrivo di un centinaio di camion carichi di bidoni sospetti sulle banchine dello scalo apuano».
«Ad insospettirci -conferma Canesi- era stata la Lynx, cargo maltese salpato da Carrara l’11 febbraio 1987, con 7 containers zeppi di pericolose scorie chimiche caricate nel nostro porto. Presentai denuncia alla procura della Repubblica, per bloccare il bastimento, ma un alto magistrato dell’epoca cercò di dissuadermi. Sapendo che la Lynx avrebbe attraccato a Puerto Cabello, in Venezuela, avvisai le autorità di quel paese del suo carico micidiale e per questo fui ringraziato dall’ambasciatore venezuelano».
Quel che accadde dopo, però, non è del tutto chiaro.
Sembra che un ragazzo venezuelano (c’è chi dice una bambina), riuscì ad avvicinarsi troppo ai fusti scaricati dalla Lynx e si sentì male, forse addirittura morì.
I pescatori del luogo, inoltre, riferirono di centinaia di pesci morti a causa del letale mix di inquinanti trasportati da quel mercantile. Nel settembre 1987 il governo di Caracas impose all’Italia di riprendersi i fusti, che vennero caricati su una nuova nave diretta in Siria.
Da qui, dopo un nuovo trasbordo, giunsero in Somalia e vennero probabilmente interrati sotto la strada, allora in costruzione, che partiva da Bosaso.
Inquietante anche la sorte toccata alla nave italiana Mikigan e alla maltese Rigel, partite entrambe da Carrara per affondare al largo delle coste calabresi con i loro carichi sospetti, rispettivamente il 31 ottobre 1986 ed il 21 settembre 1987.
Pare che la seconda di queste imbarcazioni trasportasse anche scorie radioattive. «Probabilmente -ipotizza Onufrio- si trattava di rottami contenenti cesio. Episodi simili attestano complicità a livello burocratico-amministrativo».
Vittime principali di questi traffici criminali, in cui industriali senza scrupoli utilizzavano la malavita per compiere lavori sporchi, erano i paesi del terzo mondo, soprattutto le ex colonie.
Secondo i due ambientalisti ciò avveniva perché lo smaltimento legale delle sostanze tossiche sarebbe costato agli imprenditori fior di quattrini, mentre l’occultamento in paesi garantiva una spesa minima.
«Anche se sono passati quasi 30 anni -concludono- è doveroso far chiarezza su questa storia tremenda, non solo per individuare i colpevoli, rimasti sostanzialmente impuniti, ma anche per accertare i rischi di contaminazione che potrebbero aver interessato le popolazioni».
David Chiappuella
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
