Il Tirreno

«Mio marito è vivo per un miracolo del cielo»

 «Mio marito è vivo per un miracolo del cielo»

Passa in auto sotto il “costone” due minuti prima dello smottamento Una telefonata la informa del crollo e lei teme che sia rimasto travolto

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MASSA. Gina è una casalinga di Casette: è madre e moglie di famiglia. Martedì ha rischiato di perdere suo marito, Giacomo, sotto la frana che si è abbattuta sulla strada comunale che porta alle frazione montana. A volte la differenza tra la vita e la morte è una questione di minuti: due, al massimo tre, sono stati quelli che hanno riportato a casa Giacomo. Gina la incontriamo ieri mattina, intorno alle 12, davanti all’acquedotto di Casette. Comincia a raccontare la sua storia, dalla fine: «Mio marito ha rischiato di essere travolto da quella frana – è rossa in viso e gli occhi le si velano di lacrime – È un miracolo – dice – se è ancora vivo».

È martedì. Tarda mattinata. Sono le 11 e 40. Giacomo deve andare al lavoro, a Viareggio. Esce di casa «È andato a piedi al cimitero – racconta sua moglie – Aveva la macchina parcheggiata lì».

Il luogo in cui si trova la vettura dista circa 3 chilometri dalla porzione di asfalto sui cui il monte ha “vomitato” l’ammasso di terre e sassi: mille metri cubi di materiale, “pesati” dagli operai che ieri mattina, mentre Gina ci raccontava la sua storia, lavoravano senza sosta alla ripulitura della strada.

«Quanto credete abbia potuto impiegarci mio marito? Si è messo al volante dell’auto – ci dice – intorno alle 11 e 50. Per andare dal cimitero alla frana ci si impiega cinque minuti. Suonava mezzogiorno e la frana, mi hanno poi raccontato in paese, era già venuta giù. Quindi... ». Gina non riesce neppure a concludere la frase. È stata – davvero – una questione di due-tre minuti.

Martedì mattina era uscita di casa prima del marito. Si trovava a Massa. «Dopo mezzogiorno – continua il suo racconto – Mi chiama mio figlio, che lavora a Montignoso, è mi dice: “mamma, lo sai che stasera non torniamo a casa?”. Sono caduta dalle nuvole, non sapevo nulla». Il suo pensiero corre subito al marito. Calcola l’ora in cui sarebbe dovuto uscire di casa. Calcola dove si sarebbe potuto/dovuto trovare all’ora della frana. Le si gela il sangue nelle vene. Prende il telefonino e lo chiama. Lui risponde: è al lavoro, in Versilia, e non si è accorto di nulla. La frana se l’è lasciata alle spalle.

Adesso Gina è arrabbiata. Con chi governa il territorio, con chi ha il potere e il dovere di decidere cosa fare e come impiegare i denari pubblici. «Quanti soldi – si chiede – l’Amministrazione comunale prende dalla montagna? Qui abbiamo le cave (il bacino di Gioia, ndr), qui abbiamo la pesa per tassare. Perché i soldi si spendono solo per rifare piazza Aranci, piazza Mercurio, le rotatorie a ridosso del mare? Perché non si spende anche per la montagna? Abbiamo già pianto dei morti, dobbiamo aspettare di piangerne altri? Se la montagna domani non venisse più al mare (se la gente che abita i paesi a monte tagliasse i ponti con Massa-città, ndr) sono certa che si vedrebbero le conseguenze. Economiche, intendo. Perché qui, non so se hanno fatto i conti, siamo in tanti: Casette, Caglieglia, Santo, Resceto, Gronda, Forno ...». Poi Gina guarda in basso, verso la frana. «Nel punto in cui c’è stato il cedimento – descrive – si forma una cascata ogni volta che piove, perché le “cunette” della strada sono sporche; l’acqua si concentra nel mezzo della carreggiata e poi “sfoga” dove trova un varco. Per cominciare – conclude Gina – basterebbe pulirle».

Giovanna Mezzana

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