Il Tirreno

«Dopo 2 anni dimenticata la tragedia»

di Fabrizio Palagi
«Dopo 2 anni dimenticata la tragedia»

Lunigiana, sfogo della psicologa Monica Amadei, una sopravvissuta allo scoppio della centralina: «Nessun risarcimento»

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FOTO Le altissime fiamme dopo lo scoppio della centralina del gas

TRESANA. «Sono passati due anni dallo scoppio del metanodotto Snam e da quel 18 gennaio 2012 non solo la zona, ma anche e soprattutto la vita degli abitanti delle frazioni di Mulino e di Baltrina è stata violentemente e traumaticamente colpita».

Così esordisce Monica Amadei che, nell’esplosione della centralina del gas che era posizionata vicino alla abitazione che divide con i genitori, restò gravemente ferita, al pari della madre. Inoltre la casa della famiglia Amadei venne praticamente distrutta dalla terribile onda d’urto che investì il territorio circostante al cantiere in cui lavoravano alcuni operai.

Cantiere che riguardava lavori di scavo attorno alla grossa tubatura del gas che, per un incidente, venne tranciata dalla benna di un escavatore. Una dozzina furono i feriti, più o meno gravi, uno dei quali, il bulgaro 22enne Giorgio Dimitrov, morì dopo quasi un mese di agonia presso il centro grandi ustionati del Sant’Eugenio di Roma. Dimitrov stava lavorando nel cantiere, assieme al padre, anche lui rimasto ferito, ma in maniera più lieve.

Per puro miracolo il bilancio non fu più pesante. Infatti la scena che si presentò agli occhi dei primi soccorritori, era davvero apocalittica: tutto bruciato nel raggio di duecento metri, case e fienili sventrati e in preda alle fiamme, carcasse di animali un po’ ovunque. «Chi è sopravvissuto al rogo porta oggi il segno indelebile sul proprio corpo del ricordo disumano dell’evento - dice Monica Amadei, psicologa professionista che, per molti mesi, non potè recarsi al lavoro - e anche i luoghi feriti dal tremendo scoppio sono visibili ancora adesso agli occhi di chiunque si trovi a transitare per via Baltrina. La zona dove si è verificato il tremendo scoppio, ancora sotto sequestro da parte della Procura, appare congelata esattamente a due anni fa. La terra arsa dal fuoco e un mezzo meccanico ridotto ad ammasso di ruggine come un triste emblema, sono lì per tutti a ricordare la morte del giovane operaio e la carne delle altre persone, lavoratori e abitanti di Mulino, per sempre ustionata dal rogo».

Monica Amadei ricorda che «a distanza di due anni, l’ambiente mostra ancora a tutti la portata violenta dello scoppio del metanodotto. È sufficiente osservare le pietose condizioni in cui è ridotta una villetta oppure i ruderi cadenti del fienile di mio padre o ancora le varie piante, vigneti e frutteti carbonizzati lì attorno. Una modesta costruzione ha preso il posto della casa spazzata via dall’esplosione, ma a fare da guardia non c’è più il cane Pablo i cui resti furono trovati carbonizzati poco dopo il disastro. Il rogo ha risparmiato dal crollo alcune abitazioni seppur danneggiandole brutalmente nonostante ubicate a distanza di sicurezza dal metanodotto. I tetti ripristinati di queste abitazioni creano un aspro contrasto con le rovine e lo stato di abbandono del territorio intorno. Questi luoghi, questi fabbricati, questa terra rossa, questa natura carbonizzata ricordano tutti i giorni agli abitanti della zona colpita dall’esplosione la portata violenta e le conseguenze traumatiche per le persone dell’immane evento. Chi abita in questo territorio del Comune di Tresana, credo comprensibilmente, vive quotidianamente con la paura reale che l’evento possa ripetersi e il timore sempre reale che possa essere concessa di nuovo l’autorizzazione a ripristinare gli impianti relativi il P.i.d.i. (Punto di intercettazione di derivazione importante) e il giunto esattamente nella zona dove due anni fa è avvenuta l’esplosione».

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Poco più di un anno fa le vittime dell’esplosione, assieme ad altri cittadini, hanno pensato di scrivere una lettera al prefetto «affinché fosse possibile intervenire nella direzione della sicurezza, tutela e salvaguardia della salute di coloro che abitano in località Baltrina - rimarca Monica Amadei - una delegazione dei 51 firmatari della petizione popolare venne ricevuta l’11 settembre 2012 dall’allora prefetto di Massa Carrara, il quale manifestò massima attenzione e sensibilità verso la questione. Da allora è trascorso quasi un anno e mezzo e viene naturale domandarsi cosa sia stato fatto, così come viene naturale chiedersi, a due anni dalla tragedia, a che punto siano le indagini della Procura. Dopo due anni le vertenze tra privati e Snam non si sono concluse e sono a oggi questione aperta. Ci sono situazioni, ovvero famiglie e quindi diverse persone, ancora in attesa di indennizzo. Inoltre, a distanza di due anni, il calvario umano di chi ha subito pesanti conseguenze e lesioni permanenti a seguito dell’esplosione, tra questi i membri della mia famiglia, non solo non è terminato ma offre attualmente scenari difficili nella loro complessità e dolorosa evidenza. Per quanto tempo ancora le vittime del disastro del 18 gennaio 2012, costrette nell’impotenza, nelle perdite e nella solitudine, dovranno sopportare un onere così grave e del quale non hanno colpa».

La famiglia di Monica, come lei stessa tende a sottolineare, sta pagando di tasca propria l’onerosa ristrutturazione della casa: «Abbiamo dovuto ricostruire il tetto e sostituire tutti gli infissi: ci è costata una cifra con molti zeri, potuta sostenere grazie ai risparmi di una vita di lavoro da parte di mio padre e finora non abbiamo ricevuto alcun risarcimento».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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