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Veleni e armi nel crocevia di Marina

Veleni e armi nel crocevia di Marina

Aldo Anghessa, nel suo blog, ricorda gli anni in cui dal nostro porto partirono ben nove navi sospette

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CARRARA. «Il caso delle navi dei veleni, affondate nel Mediterraneo con carichi di rifiuti tossici o radioattivi che ancora oggi riposano sui fondali, dimostra la piena responsabilità dei vari piduisti, mafiosi ed apparati dello Stato. E’ tutto negli atti giudiziari. Solo che nessuno ha voluto leggerli ed attivarsi. Trovo clamoroso, poi, che le commissioni parlamentari non abbiano prodotto nulla».

Così Aldo Anghessa, ex informatore del Sisde e personaggio chiave dell’Irangate italiano, scriveva delle navi dei veleni sul suo blog, in un post del 6 settembre 2012, che cita anche due navi di quelle salpate da Marina di Carrara tra il 1986 ed il 1988: la Lynx e l’Akbay-1. L’argomento, tornato di attualità in questi giorni, a seguito dell’annuncio, da parte della presidente della Camera Laura Boldrini, dell’imminente de-secretazione degli oltre 1000 documenti raccolti nelle ultime tre legislature dalle commissioni parlamentari di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, è affrontato da Anghessa anche in un articolo precedente, postato il 9 agosto 2012, in cui vengono ricordate altre due delle nove imbarcazioni partite dallo scalo marinello cariche di rifiuti tossici e dirette nel terzo mondo: la Radhost e la Righel, cargo maltese contenente anche scorie radioattive, affondato in modo estremamente sospetto davanti alle coste calabresi il 21 settembre 1987, il cui carico, alla partenza da Carrara, non fu mai ispezionato.

«Dietro questi traffici immondi - scrive Anghessa nel post più vecchio - si celano conventicole di individui che rappresentano veramente il peggio della società moderna, non solo molti italiani, ma persone delle più svariate nazionalità». Secondo l’ex collaboratore dei servizi di sicurezza, a far da collante e luogo di incontro per questi personaggi sarebbero state, quasi sempre, le logge massoniche deviate ed in particolare la P2 di Licio Gelli, che avrebbe potuto contare sulla «collaborazione di felloni appartenenti ad organi dello Stato». «Dal 1986 in poi, -sostiene il blogger- da Trapani a Campione d’Italia era tutto un riunirsi in Loggia: medici, avvocati, magistrati, militari, assicuratori, banchieri ed alti funzionari si riunivano per rubare, malversare, uccidere, contrabbandare rifiuti, armi e denaro. Gli unici partecipanti seri a questi incontri - ironizza - erano i mafiosi, che, giustamente, facevano il loro mestiere».

Nell’articolo successivo Anghessa afferma anche di aver operato a lungo nell’area di Marina di Carrara e sui traffici di armi del terrorismo internazionale, nel 1987-1988. Il riferimento è all’episodio che lo vide comparire come principale imputato nell’inchiesta sul terrorismo mediorientale collegato al traffico di armi e droga, avviata dall’allora sostituto procuratore della Repubblica di Massa-Carrara Augusto Lama dopo il sequestro del Boustany, mercantile libanese bloccato al largo di Bari ad inizio settembre del 1987, con a bordo tre bazooka, eroina e hashish. Nel corso dell’indagine, che riempì 10mila pagine di fascicoli e venne svolta in collaborazione con il giudice istruttore di Massa Vincenzo Di Nubila, fu arrestato anche il titolare della società di import-export Eurogros di Marina di Carrara. Nel suo resoconto Anghessa sostiene che la Boustany fosse solo parte di un’operazione molto più vasta e complessa, che coinvolse anche la Valsella Meccanotecnica, finita sotto accusa per presunte e illecite esportazioni di mine in Siria, paese che le avrebbe poi passate all’Iran. «Questa vicenda -afferma il blogger- portò poi alla legge che proibì la produzione di mine, un risultato non da poco. Legati alla Boustany erano anche un dossier sulla violazione dell’embargo alla vendita di tecnologie avanzate all’Urss, poi derubricato in reato fiscale e un vasto traffico di titoli delle Assicurazioni Generali, di Cct e Btp falsi e clonati e di un centinaio di miliardi di titoli veri del Banco di Santo Spirito, sottratti durante la fusione con il Banco di Roma».

David Chiappuella

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