Il Tirreno

Ecco come fermare le bande

Ecco come fermare le bande

Pronte richieste di obbligo di firma e di dimora per decine di ragazzi

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MASSA. Entro la fine della settimana in procura si terrà un summit tra il procuratore capo Aldo Giubilaro, il sostituto Rossella Soffio, il capo della squadra mobile Antonio Corcione e il comandante del nucleo investigativo dei carabinieri Giuseppe Saccomanno. L’argomento sarà il prosieguo delle indagini sul duplice omicidio di Natale, l’accoltellamento del Baraonda e la devastazione della discoteca. Tutte cose che secondo gli inquirenti hanno come matrice la guerra tra bande che sta terrorizzando la città. Altre piste non ce ne sono, anche se in questi casi si dice che si indaga a 360° gradi più per coprire la vera direzione degli accertamenti che altro.

Le contromisure. Dal summit usciranno le contromisure da prendere per fermare questa ondata di violenza, che nonostante il sangue pare non volersi arrestare (quello che è capitato nel locale di Michele Bardazzi ne è l’esempio lampante). Non è escluso che le persone attualmente nel mirino delle forze dell’ordine, una trentina in tutto, possano essere colpite da provvedimenti mirati come l’obbligo di firma o quello di dimora nelle ore notturne. Ma la prima mossa da fare è quella relativa all’individuazione del deposito delle armi, di cui polizia e carabinieri sono convinti dell’esistenza. Sia per i movimenti di Giacomo Pucci il giorno del suo arresto (cosa ci faceva a Bonascola?) sia per la facilità con cui quelli dei Poggi riescono ad avere le armi. Dalle mazze chiodate ai coltelli. Anche se non dovrebbero avere delle pistole.

Le mosse di Frediani. Questa è anche una settimana decisiva per la difesa di Andrea Mazzi, il ventunenne accusato di aver ucciso Andrea Fruzzetti ed Enrico Baria la notte di Natale in centro a Massa. L’avvocato Enzo Frediani nei giorni scorsi ha presentato al giudice un’istanza chiedendo di far decadere la misura cautelare in carcere del suo assistito. Il giudice deciderà domani o al massimo giovedì se accoglierla o meno. Il legale ha argomentanto la richiesta con un vizio procedurale avvenuto il giorno del primo interrogatorio di Mazzi: Frediani non era stato messo nella condizione di tutelare il suo assistito perché non aveva potuto visionare le carte, in mano all’accusa, che avevano portato all’incarcerazione. Vizio che poteva essere superato con un altro interrogatorio dell’indagato nei successivi cinque giorni, ma non è stato fatto. Parallelamente viaggia la richiesta per la concessione dei domiciliari a Mazzi, basata sulla mancanza del pericolo di fuga. Qui i tempi saranno un po’ più lunghi. Intanto in carcere il medico, incaricato dall’avvocato, ha già prelevato un capello dell’imputato per fare il test antidroga. Con questo Frediani vuole dimostrare che il suo assistito non era alterato dagli stupefacenti (e neppure dall’alcol). Il primo passo per poi perorare la tesi della legittima difesa. A dargli una mano il marocchino che Mazzi dice di aver aiutato: il ragazzo, che abita ai Poggi, ha confermato quanto detto dal ventunenne. Ma i due sono amici e quindi il suo racconto non sembra essere così determinante per quelli del nucleo investigativo.

Omertà. Qualcuno comincia a collaborare con gli inquirenti. Si tratta di ragazzi che sono stati coinvolti nelle risse avvenute nei mesi scorsi e che adesso hanno paura di rimanere invischiati in questa guerra. Non hanno detto nulla di eccezionale, finora, ma la sensazione delle forze dell’ordine è che alla fine il muro di omertà cadrà. Anche perché chi non intralcerà le indagini potrà ottenere dei benefici.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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