Il Tirreno

«Non sono un capo terrorista»

di Melania Carnevali
«Non sono un capo terrorista»

Parla lo scrittore belga-turco confinato in città in attesa del verdetto sulla sua estradizione

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MASSA. Novantaquattro chilometri quadrati, delimitati dal mare, una linea ferroviaria, un fiume e l’aeroporto municipale. È questo il perimetro entro cui può muoversi Bahar Kimyongür, l’attivista per la pace, giornalista e scrittore belga arrestato a Bergamo il 21 novembre scorso con l’accusa di terrorismo, scarcerato il 2 dicembre con l’obbligo di dimora proprio nel comune di Massa. Una vicenda, la sua, che sfiora l’assurdo, lunga dieci anni e racchiusa in una report di cinquanta pagine, tra articoli e processi, raccolti dal suo attuale avvocato difensore, Federico Romoli.

Fogli che ricostruiscono la vicenda e che è stato lo stesso Bahar a mostrarceli nel tre vani a due passi dal mare, ai Ronchi, che il suo amico di “lotta” Gianfranco Castellotti gli ha trovato e in cui dovrà vivere fino a quando la procura di Brescia non deciderà il suo destino, pronunciandosi sulla richiesta di estradizione turca. Ci accoglie all’ingresso con i suoi occhi azzurri e dietro di lui spuntano subito i due figli di cinque e tre anni, Nidal e Chayane, e la moglie Deniz. Ci parla di tutti i quattro processi, dei tre ricorsi in cassazione, per un totale di circa quaranta udienze, che ha subito dal 2006 al 2010, da cui è sempre stato scagionato, perché “militante pacifista” – dicono i vari tribunali – non equivale a terrorista.

«La vicenda – inizia il suo racconto in francese – si può far risalire alla mia nascita. Nasco in Belgio, da padre turco. Un’estate vado in Turchia, erano gli anni ’90, gli anni in cui le ingiustizie perpetuate dal governo erano all’apice. C’erano torture, omicidi, e persone che scomparivano. Lì mi politicizzo e inizio a lottare per i diritti umani. Mi pongo come missione quella di far sapere cosa succede in Turchia e divento un personaggio scomodo».

Inizia così a fare militanza politica, promuovendo attività, scrivendo e traducendo comunicati, anche dei gruppi armati turchi. Ed è stato proprio la traduzione di un comunicato del braccio armato di un gruppo marxista, il Dhkp-c, ad aver fatto cadere su di lui l’accusa da parte della Turchia di essere il capo di un gruppo terrorista. «Nel 2004 – racconta – mi hanno convocato dalla sezione anti terrorismo del Belgio chiedendomi perché avevo tradotto quel comunicato e a me sembrò una follia».

Da lì è iniziata la sua odissea. Nonostante infatti tutti i processi lo abbiamo scagionato su di lui pende ancora il mandato internazionale di cattura dell’Interpol emesso dalla Turchia, che continua a chiederne l’estradizione e vent’anni di reclusione.

«Dal 2010 fino a qualche mese fa ho potuto girare per l’Europa indisturbato – continua – poi improvvisamente torna attivo il mandato di cattura».

Il 21 novembre quando arriva in Italia per dare due conferenze sulla situazione siriana viene accerchiato dalla Digos e arrestato un’altra volta.

«È un insulto che io che combatto per i diritti umani e contro il terrorismo, sia quello di stato che quello dei ribelli, venga accusato di tale reato». Oggi pomeriggio in Largo Matteotti ci sarà un presidio a partire dalle 16 proprio per chiedere la sua definitiva liberazione e soprattutto che non venga estradato in un paese dove vengono violati i diritti umani. Anche Amnesty International è intervenuta esprimendo le sue preoccupazioni per la vicenda Bahar Kimyongür.

Solidarietà allo scrittore belga - turco arriva anche dall’Anpi, dalla sezione "Patrioti Apuani-Linea Gotica".

«A Bahar - scrive il vicepresidsente Anpi Nino Ianni - vogliamo esprimere tutta la nostra solidarietà e attenzione, per il suo stato di detenzione oggi in Italia e precisamente a Massa, a seguito delle sue denunce e opposizione al regime turco e per evitare una sua estradizione».

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