Trasporti
Cave, l’Arpat: com’è difficile controllare
L’analisi della responsabile: situazione troppo parcellizzata, non possiamo essere efficaci nella nostra attività
CARRARA. Una situazione complessa, con diverse criticità ad esempio nel settore delle polveri, ma anche nella depurazione delle acque. E’ il quadro che scaturisce dall’analisi delle attività dell’Arpat “nei processi di coltivazione dei marmi e dei materiali lapidei”, il titolo della relazione presentata in occasione di un convegno svoltosi a Campiglia Marittima da Gigliola Ciacchini, responsabile del Dipartimento Arpat di Massa-Carrara. Un’analisi poco ottimistica: la parcellizzazione attuale delle cave, scrive la responsabile stessa, «non consente di essere efficaci nella nostra attività di controllo e rende quasi impossibile essere incisivi in fase autorizzativa».
Insomma, un grido d’allarme: l’Agenzia per la protezione dell’ambiente, almeno nel pianeta cave, può proteggere ben poco sulla base delle condizioni attuali.
Innanzitutto, la responsabile Arpt osserva che «I fiumi e i torrenti delle Alpi Apuane sono esposti a un costante rischio di inquinamento, tanto che sono stati diversi, nel corso degli anni, gli studi volti ad analizzare il rischio di vulnerabilità dei corsi d'acqua e delle falde acquifere della zona. Un fattore determinante per la stabilità ecologica delle acque apuane è costituita proprio dalle attività connesse al marmo (estrazione e lavorazione), sebbene rispetto al passato la situazione sia notevolmente migliorata». Uno dei tanti problemi è la marmettola: «Malgrado non costituisca un serio pericolo per la salute pubblica, la marmettola svolge una forte azione inquinante in quanto responsabile di un grave impatto biologico sui corsi d'acqua apuani: la marmettola si deposita sul fondo dei fiumi e dei torrenti distruggendone i microambienti e disturbando l'insediamento di organismi».
In materia di cave, le competenze Arpat - si ricorda - «riguardano il supporto tecnico e conoscitivo nell'analisi istruttoria, nonché l'attività in campo di controllo ambientale».
E ancora, osserva la responsabile: «La presenza di zone di frattura ospitanti una circolazione idrica e affioranti in superficie all’interno dell’area di cava costituisce una situazione di elevata vulnerabilità idrogeologica, potendo potenzialmente permettere una rapida infiltrazione di sostanze contaminanti nel sottosuolo. I casi di maggior rischio sono associati a un elevato grado di fratturazione che si spinge in profondità e/o a un’elevata apertura delle fratture».
Secondo Arpat, nelle aree di cava bisognerebbe prevedere zone di lavaggio delle ruote dei mezzi in uscita, per evitare ulteriore dispersione e risollevamento del materiale polverulento, e suggerisce di sdottare interventi per la creazione di barriere schermanti nei siti estrattivi.
Le maggiori criticità.«Già la gestione delle acque di lavorazione porta spesso a segnalare irregolarità per la mancanza di raccolta delle acque a piè di taglio, per l’assenza o il mancato utilizzo degli impianti di depurazione, che spesso sono descritti solo sulla carta, per la presenza di fango in tutta l’area di cava in inverno o di polvere in estate, pur se nei piani di gestione delle acque meteoriche è scritto che i piazzali sono mantenuti puliti per evitare il dilavamento, come richiesto dalla normativa sia sulle acque meteoriche che sul contenimento delle emissioni diffuse».
E ancora: «La gestione dei rifiuti è critica, normalmente si trovano rifiuti abbandonati in cave dismesse, senza che nessuno abbia provveduto a far attuare i piani di ripristino, almeno nella parte minima dell’allontanamento dei rifiuti presenti. La situazione migliora quando la manutenzione dei mezzi meccanici viene effettuata da ditte esterne che normalmente si prendono in carico i rifiuti prodotti. Lo smaltimento del fango di depurazione delle acque (marmettola) come rifiuto è ancora una eccezione, nonostante il fatto che sulle autorizzazioni sia quasi sempre indicato che la marmettola deve essere raccolta e smaltita. In questo caso Arpat procede alla denuncia per smaltimento non corretto di rifiuti se non trova registrazioni di carico e scarico del fango per almeno un anno: se ci sono alcuni carichi e scarichi, non è facile sanzionare, perché non è così facile quantificare la produzione di marmettola ed il fango (miscela di acqua e polvere di marmo) in cava potrebbe anche non provenire dalla depurazione delle acque».
«Controlli poco efficaci». Ammette la responsabile: «La visione parcellizzata dell’attività estrattiva, per cui ogni cava viene vista come se fosse isolata, in un comprensorio come quello apuano dove spesso più ditte condividono accessi, piazzali, impianti e dove le caratteristiche dell’ambiente carsico rendono impensabile una separazione degli effetti della singola attività da quelle limitrofe, non consente di essere efficaci nella nostra attività di controllo e rende quasi impossibile essere incisivi in fase autorizzativa».
Massimo Braglia
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