Lutto
Stragi nazifasciste, al via un atlante per fare piena luce
Il professor Paolo Pezzino curerà la ricostruzione: «Massacri programmati per controllare il territorio»
CARRARA. Verranno censite le atrocità ai danni dei civili, che, tra il 1943 e il 1945, furono commesse sul territorio nazionale da criminali nazisti come l’ufficiale delle SS Walter Reder e che insanguinarono anche la nostra zona. Ha preso il via con un seminario organizzato a Milano alla Fondazione memoria della deportazione il progetto biennale promosso dall’Associazione nazionale partigiani d’Italia e dall’Istituto per la storia del movimento di liberazione in Italia: l’obiettivo è la pubblicazione di un “Atlante delle stragi nazifasciste”. L’iniziativa, finanziata dal ministero degli esteri della Germania e suggerita dalla Commissione storica italo-tedesca, permetterà non solo di render conto dei crimini perpetrati nel nostro Paese da SS e Wehrmacht, di cui ancora oggi non conosciamo l’esatto numero di vittime, ma anche di spiegare perché tanti documenti sui militanti della Repubblica di Salò siano scomparsi per anni. Ci sarà quindi l’occasione per fare più luce su eccidi come quelli di Bardine San Terenzo e nel territorio fivizzanese.
Ma oltre che sulla Lunigiana emergeranno nuovi elementi anche riguardo alla strage di Bergiola Foscalina, tuttora al centro di un’inchiesta della procura militare.
Che in questa ricerca il nostro territorio occuperà uno spazio tutt’altro che marginale lo si è già capito dalla sua presentazione, tenuta a Milano da Paolo Pezzino, docente di storia contemporanea all’Università di Pisa e responsabile del comitato scientifico che realizzerà l’Atlante. Nella sua relazione lo storico, come esempio del profondo disprezzo nutrito dagli ufficiali tedeschi verso i partigiani, dei quali fornivano un’immagine grottesca e deformata, ha infatti citato la deposizione volontaria resa dopo la guerra dal generale Max Simon, comandante della XVI divisione corazzata SS, condannato a morte da un tribunale militare inglese a Padova nel giugno 1947, ma successivamente graziato e liberato, che, per assolversi dai crimini commessi, accusava ingiustamente i partigiani operanti sulle Alpi Apuane di usare “mezzi inumani”, impiegando donne e bambini come esche o spie per uccidere i soldati tedeschi a tradimento, sull’esempio dei comunisti russi. «Anche a conflitto terminato -ha commentato Pezzino- non è dato trovare in questi capi militari alcun cenno di ripensamento critico sulla loro condotta di guerra in Italia». La tesi dello studioso è che le stragi nazifasciste, nella maggior parte dei casi, non rappresentavano una reazione spontanea, magari scomposta e disordinata, di singoli reparti tedeschi attaccati dai partigiani, ma presupponevano una vera e propria programmazione del massacro, una linea politica di terrorismo verso i civili, che emanava direttamente dall’alto comando tedesco. Secondo Pezzino le disposizioni emanate per la lotta alle bande nell’Europa dell’Est furono applicate anche in Italia e per il nostro Paese furono poi emesse direttive specifiche, addirittura più severe, anche quando su altri fronti la drasticità degli ordini veniva attenuata.
«Il 17 giugno 1944 - ha ricordato il relatore - il feldmaresciallo Albert Kesselring, capo delle operazioni per la repressione delle bande in Italia, emanò un ordine che prevedeva misure particolarmente drastiche e assicurava immunità ai comandanti che avessero ecceduto nei metodi di lotta ai partigiani. La trasmissione di questi ordini ai vari livelli gerarchici è confermata dal ritrovamento di copie che li riproducono quasi alla lettera».
Alla luce di queste rivelazioni, dunque, cadono definitivamente tesi difensive come quella del generale Simon, che, demonizzando la Resistenza apuana, giustificava le stragi come operazioni militari di rappresaglia, nate in risposta a specifiche azioni partigiane. «Gli elementi che contribuirono a scatenare la volenza sui civili furono altri -ha spiegato Pezzino- e primo tra tutti l’esigenza di controllo del territorio, che assunse, in determinate circostanze legate alla fase strategica del conflitto, caratteri apertamente terroristici nei confronti delle popolazioni. Tra due anni - ha concluso lo storico - avremmo un sito web e una pubblicazione che daranno conto degli episodi di violenza di cui fu vittima la popolazione italiana, con l’identificazione di chi commise quelle atrocità». E si avrà un quadro più chiaro anche su quel che avvenne nella nostra provincia.
David Chiappuella
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