Sicurezza
Vende la sua start-up a 400 milioni di dollari
Silvano Spinelli, montignosino, titolare dell’azienda biotech Eos, è il protagonista di uno dei più clamorosi passaggi della storia. Grazie a un farmaco anti tumorale
MONTIGNOSO. Ha venduto la sua start-up agli americani. Per 400 milioni di dollari. Un affare che ha fatto parlare il mondo della finanza e della ricerca scientifica, un “caso” che ha fatto gridare, ancora una volta, alla fuga dall’Italia stavolta non di cervelli ma di opportunità di business. È la storia di Silvano Spinelli, 61 anni, montignosino e co-fondatore della Eos (Ethical Oncology Science), società di ricerca biotecnologica che ha sviluppato una molecola particolare che promette di diventare un farmaco anti-tumorale di grandissima importanza. Per comprare quel farmaco il Lucitanib, la Clovis, gigante del settore farmaceutico made in Usa ha rilevato la stessa azienda produttrice, la Eos, alla fantasmagorica cifra di 400 milioni.
Silvano Spinelli vive oggi a Milano, ma con Montignoso mantiene legami molto stretti. «Appena posso torno “a casa”, a Piazza, dove vive ancora mia madre, al territorio dove sono cresciuto e dove affondano le mie radici. Sposato con Cristina – milanese conosciuta (secondo un copione “classico”per queste zone) sulla spiaggia di Cinquale, tre figli, fisico sportivo (è appassionato di montagna e dimostra almeno 10 anni meno dei quelli anagrafici), Spinelli ha un fratello “del ramo”: Guido, attuale direttore dell’Arpat provinciale e come lui laureato in chimica, all’università di Pisa.
Dottor Spinelli, quali ricordi conserva di Montignoso?
«Bè, i ricordi d’infanzia, della scuola, della famiglia. Ma sono ricordi molto vivi perchè ogni volta che posso torno qui»..
Lei ha a che fare con ricercatori di tutto il mondo. Come giudica il confronto con quelli italiani e quelli pisani in particolare?
«Ottimo. I ricercatori italiani sono molto preparati e quelli che escono dall’Università di Pisa non sono da meno. Non devo essere certo io a fare pubblicità all’ateneo toscano, ma il livello è molto alto.
Dopo la laurea lei è entrato subito al lavoro in una grande industria.
«Sì, all’inizio come ricercatore, poi con gli anni ho cominciato a dirigere alcuni progetti. Ero nel team che ha sviluppato l’Aulin, per dirne una».
Il primo passo verso il successo di Eos?
«Il primo fu quando La Roche acquisì la Boehringer dove lavoravo. Fu una opportunità perché permise al centro di ricerca che guidavo di staccarsi e creare Novuspharma, la mia prima società che fu quotata in Borsa nel 2000».
Poi il passaggio a Eos.
«Venduta Novuspharma, avevamo bisogno di un nuovo soggetto su cui lavorare e ci rendemmo conto che c’erano in giro più buoni progetti che persone capaci di svilupparli. Eos si occupava di questo: individuare gli studi promettenti, raccogliere i fondi necessari a svilupparli e poi venderli».
Il venture capital. Che però in Italia è un modello che stenta a prendere piede.
«Non c’è esperienza nell’investire nel settore farmaceutico. È un discorso di logica industriale, il settore farmaceutico ha bisogno di investimenti e di tempo, le aziende italiane non sono disposte a concedere nessuno dei due, soprattutto alle start-up. Così i ricercatori italiani sono costretti a rivolgersi ad aziende estere. Non possono fare altro. A me piacerebbe lavorare con partner italiani, ma non ci sono multinazionali capaci di investimenti significativi nel ramo, eppure sono molto remunerativi come dimostra il caso del Lucitanib (il farmaco sviluppato con Eos, ndr). Si stanno aprendo però possibilità».
Quali?
«So che la francese Sofinnova, che ha investito su Eos, vuole puntare sull’Italia. Non so ancora quanto, ma so che il mercato interessa molto».
Ma non era possibile continuare a sviluppare il progetto Eos in Italia?
«È impensabile per un’azienda piccola come la nostra percorrere l’intero percorso dalla ricerca alla commercializzazione del farmaco. Occorrono per questo investimenti enormi.
La scelta di vendere a una grande azienda è inevitabile, direi abbastanza normale. Ma, come dicevo, in Italia non c’è stato interesse»».
Quale consiglio darebbe a chi volesse seguire le sue orme?
«Avere il coraggio di rischiare in proprio. Ovviamente un giovane ricercatore non può portare un contributo economico, ma può portare idee. Se le idee sono buone ci sono fondi di venture capital che non vedono l’ora di investirci sopra, ma tutti chiedono una convinzione assoluta. Poi è arrivato il momento di fare largo ai giovani.
Claudio Figaia
e Luca Lunedi
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