Il Tirreno

«Fermare le cave sarebbe una catastrofe»

«Fermare le cave sarebbe una catastrofe»

Il presidente di Savema e Marmi Carrara: le guerre fra Guelfi e Ghibellini non hanno mai dato risultati benefici

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CARRARA. Il dibattito si sta sempre più infiammando a Carrara, sul settore lapideo e in particolare sulle cave: oltre all’inchiesta della Procura sul “nero” nel marmo, si incrociano opinioni su come dovrà essere il nuovo regolamento degli agri marmiferi, e sui temi che vanno dall’impatto ambientale a quello economico. Ora parla uno dei big dell’imprenditoria apuana: Luigi Piacentini, presidente di Savema e di Marmi Carrara. Un’analisi a 360 gradi la sua, dove lancia “messaggi” a istituzioni e agli stessi imprenditori del marmo. Replica a chi vorrebbe fermare l’escavazione in nome del turismo, e fa capire bene qual è la sua idea di filiera del marmo.

«La mia storia col marmo cominciò nel 1955». «Rientrato da un viaggio leggo nella stampa locale di sabato 30 novembre e domenica primo dicembre vari articoli riguardanti le cave e la loro lavorazione. Quello che mi ha colpito di più ha per titolo"Fermare l'escavazione subito". Io non sono nato in questo territorio, sono di famiglia maremmana e mio padre, operaio alla Dalmine, non sapeva alcunché di marmo. Io stesso ho cominciato a masticarne un po' solo nel 1955 quando iniziai a lavorare come contabile presso la ditta Fratelli Tonarelli di Massa. Anche ora, – dice Piacentini – considerando la mia duplice provenienza di maremmano e contabile, trovo difficoltà ad inserirmi con sicurezza in approfondimenti riguardanti quello che ora è diventato il mio mestiere. Però, come a tutti, la natura mi ha dotato di un cervello che, a differenza di molti, forse troppi, cerco se pur a volte invano, di far funzionare al meglio senza avventurarmi in discutibili ostracismi ed irrealizzabili prese di posizione».

«Fermare le cave? Catastrofe economica inevitabile». Piacentini pone domande provocatorie: «L'italia è stata sempre teatro di guerre tra frazioni contrastanti (Guelfi e Ghibellini, eccetera) ma nessuna di loro ha dato risultati benefici. Mi pongo alcune domande: senza il marmo ed i prestigiosi progetti con i nostri marmi sparsi in tutti i continenti e mirabilmente prodotti dalle aziende del nostro territorio, Carrara sarebbe così conosciuta e frequentata avendo solo montagne intatte, incolte, ma senza quelle modellature che la rendono così attraente tanto da meritare anni or sono un servizio di alcune pagine sul National Geographic? Senza il marmo l'economia del terrritorio, a parte il periodo delle grosse industrie la cui nefasta eredità conosciamo tutti, avrebbe raggiunto gli stessi risultati? Può il nostro territorio vivere di solo turismo senza l'industria del marmo? Basti pensare che l'antro del Corchia, una delle eccellenze delle nostre montagne, in cui è stato profuso denaro per investimenti allo scopo di attirare il turismo, ha già cambiato gestione due volte per scarsità di frequentazione e di fondi. Ancora si pensa che si possa sostituire l'industria del marmo con le visite turistiche alle cave? Se siamo convinti di tutto quanto sopra, allora fermiamo pure le cave e vediamo cosa succede.Solo che in caso di catastrofe economica, inevitabile, non sarebbe male punire adeguatamente i responsabili. Rupe Tarpea?».

«Prodotto da valorizzare e filiera: qualità più che quantità». Per Piacentini, «altra cosa è la giusta regolamentazione della produzione ed utilizzo del cosiddetto "oro bianco". A questo riguardo so di entrare in un terreno minato ma i miei colleghi, considerando le mie origini, mi perdoneranno. Secondo me il massimo interesse del territorio apuo versiliese è perseguibile con il verificarsi di due fattori : valorizzazione del prodotto e filiera. La valorizzazione si può ottenere inducendo le cave ad inseguire qualità più che quantità e, soprattutto a produrre materiale sia in blocchi grandi che piccoli in forma di parallelepipedi selezionandoli in partite di colore più omogeneo possibile. In mancanza di questi basilari accorgimenti, parlare di filiera è assolutamente utopico. Non dimentichiamo che il "Progetto informi" è fallito proprio perché gli sono mancate queste prerogative. Solo con l'impegno reciproco fra cavatori e trasformatori a lavorare in futuro in base a questi principi, sarà possibile attivare la filiera a tutto campo con conseguente valorizzazione e commercializzazione dei nostri marmi. Il maggior valore compenserà le minori quantità prodotte».

«Rispetto delle regole sì, legacci no ai processi industriali ed economici». «Certo è che per passare dalle illusioni a fatti concreti, occorrono investimenti, professionalità, conoscenza di quello che si dice, senza sparare a vanvera frasi ad effetto con il solo scopo di eccitare gli animi. L'impegno è serio e con serietà va trattato. Il tutto però – conclude Piacentini – è subordinato alla certezza dei tempi necessari per una proiezione duratura nel futuro, che non può essere sottoposta al fatto che quando finalmente la macchina funziona, ti tolgono la benzina o la devi trovare a mercato nero. I processi industriali ed economici non possono essere subordinati a legacci di varia natura, ma avere certezze, ovviamente con il rispetto delle regole da parte di tutti».(c.car.)

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