Il Tirreno

Il lavoro c’è, ma lo stipendio non arriva

Crisi nera nel commercio, un centinaio le aziende che non riescono a pagare i dipendenti. Cgil: nessun segnale di ripresa

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MASSA. Ogni mattina, di buon ora, suona la sveglia. Scattano come molle: colazione e doccia di fretta, bambini a scuola e, puntuali come un orologio, sul posto di lavoro. Non sgarrano di un minuto. Una routine che si ripete giorno dopo giorno, con una certezza (che è quella che dà senso al lavoro): alla data x arriva il bonifico sul conto corrente e puoi tirare un bel sospiro di sollievo. Mutuo a posto, bollette pagate, cappotto nuovo per i piccoli.

Se quella certezza salta, beh, allora sono davvero tempi duri. Eppure per molti la corsa mattutina, tra figli a scuola e parcheggio da cercare, è una normalità, ma, a fine mese, di bonifici neanche l’ombra. Centinaia i lavoratori che non ricevono lo stipendio da due, tre - qualche volta - quattro mesi. Spesso giovani, quasi sempre donne. E se qualcun altro, in famiglia, uno stipendio lo porta, allora tiri avanti. Se invece l’unico ad assicurare un entrata sei tu, beh, devi trovare una soluzione. E spesso finisci con il licenziarti, con una triste speranza: che almeno ti sia riconosciuta - e in tempi rapidi - l’indennità di disoccupazione.
La Cgil: dati allarmanti. E non si tratta di sensazioni, a disegnare il quadro, con tanto di dati alla mano, è Stefano Nicoli, segretario provinciale delle Filcams, la federazione di Cgil che si occupa di chi lavora nel settore commerciale e nei servizi. Perché se è vero che la crisi ha mandato ko l’intera produzione industriale, è altrettanto vero che chi contava sulle vendite, adesso è al collasso. Realtà piccole, con pochi dipendenti - non sempre sindacalizzati- e costrette a contare gli spiccioli.

Così ogni giorno, ormai da mesi, alle porte di Cgil bussano dipendenti disperati: il titolare del punto vendita non ce la fa, ha bisogno di personale per la gestione, ma gli incassi sono ai minimi, non è più in grado di pagare. Nicoli traduce il concetto in numeri: «In media - e il dato è impressionante - ogni giorno tre persone, nel settore del commercio, si rivolgono al sindacato perché vanno a lavoro regolarmente, ma a fine mese non possono contare sullo stipendio. Sono circa un centinaia in provincia - prosegue la fotografia - le aziende, quasi tutte di piccole dimensioni, che da un paio di mesi non garantiscono gli stipendi».
Soffrono giovani e donne. Insomma, un posto di lavoro ce l’hai, ma salta l’equazione lavoro uguale soldi a fine mese. E a fare i conti - è proprio il caso di dirlo - con il portafoglio vuoto sono quasi sempre i giovani e le donne. I due requisiti spesso richiesti all’addetto alle vendite. Il sindacato non lancia l’attacco ai datori di lavoro, sa bene che il settore è ko: «La crisi - è la spiegazione di Nicoli - ha contratto i consumi e il commercio fa i conti con un enorme segno meno. Così - prosegue - rimangono senza stipendio i dipendenti di negozi, ma anche bar e ristoranti e non ci sono segnali di ripresa, purtroppo».
Gli scenari possibili. Il sindacato tenta la via della conciliazione: «Spesso contattiamo i consulenti finanziari delle aziende, cerchiamo di capire se è possibile cercare una soluzione condivisa. Ma ci sono dipendenti che non possono stare senza stipendio. Neanche un mese». E qualcuno chiede di essere licenziato per contare almeno sui soldi delle indennità di disoccupazione. Quelli arrivano, in una ventina di giorni, ma il posto di lavoro non c’è più. Soluzione della disperazione.

Chiara Sillicani

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